domenica 14 novembre 2021

La quarta veggente di Fatima



Pochi sanno che i ‘veggenti’ che dissero di vedere la madonna nel 1917 non erano [solo] tre, ma... 'quattro'.
Carolina Carreira, questo il nome della quarta veggente, è stata volutamente ignorata, poiché il resoconto delle prime apparizioni, da lei fornito, non collimava con le verità ufficiali che via via andavano emergendo. Quando alcuni ricercatori contemporanei l’hanno intervistata, da lei hanno sentito un racconto i cui particolari ricalcano stranamente le manifestazioni di carattere ufologico. Gli intervistatori sono rimasti sbalorditi quando, dopo aver chiesto a Carolina il perché non avesse mai raccontato prima la sua esperienza, si sono sentiti rispondere che semplicemente nessuno l’aveva mai cercata!
Qualunque verità sulle apparizioni di Fatima avvenute nel 1917, non è stata oggetto di indagine per 60 anni.
Le testimonianze originali sono rimaste rinchiuse per più di 6 decenni negli archivi segreti situati presso il Santuario di Fatima, ed i segreti celesti in essi contenuti, racchiudono ciò che la religione non può ammettere e ciò che la scienza non può spiegare. A complicare la situazione, c'è la presenza di un quarto testimone, una bambina di nome Carolina Carreira, la quale ha incontrato "un piccolo umanoide telepatico" nel momento in cui gli altri tre testimoni ebbero i loro incontri con l'essere che i credenti avrebbero deificato come la "Madonna di Fatima". Questo riassunto , mostra come la nostra moderna visione di Fatima non sia basata sugli eventi che si sono realmente verificati nel 1917, ma piuttosto, si basa su una "storia di copertina" inventata dalla Chiesa nel 1941.
Lo scopo di questo sforzo di propaganda è stato quello di nascondere la natura aliena dei contatti avvenuti a Fatima, facendoli passare per eventi "Mariani".

sabato 18 settembre 2021

LA FONTANA ANGELICA



Nella città di Torino sembra che nulla sia stato lasciato al caso, nemmeno l’orientamento delle chiese, dei palazzi, il disegno delle piazze o addirittura le facciate di certe costruzioni patrizie: gli architetti si sono tramandati per secoli i significati nascosti dei simboli attraverso le loro opere. Per capire, o non capire ciò, dobbiamo rifarci alla Massoneria che custodisce ancora il segreto dei simboli e tornare a migliaia di anni fa quando Hiram costruì a Gerusalemme il tempio di Re Salomone. Hiram era il depositario dei segreti che provenivano da Kha, l’architetto dei faraoni, e prima di lui da Toth, che insegnò agli uomini linguaggio, scrittura e tecnologia.

La Fontana Angelica di piazza Solferino è costruita secondo queste regole e al di là della sua architettura esteriore c’è tutta una tradizione massonica molto difficile da interpretare. Storicamente la fontana era stata richiesta al Comune dal grand’Ufficiale Pietro Bajnotti a ricordo dei propri genitori, e avrebbe dovuto essere collocata di fronte al Duomo. In chiave esoterica la scelta di spostarla dove si trova oggi fu sbagliata, perché la fontana ha perso l’orientamento verso est.

Così come ci appare è composta da quattro gruppi di statue appoggiati a basi di granito: ai lati ci sono due gruppi femminili, la Primavera e l’Estate; al centro in posizione più alta si trovano due figure maschili che versano acqua da un otre, l’Autunno e l’Inverno. La Primavera è seduta su un mantello di fiori e con una mano accarezza un bimbo che lancia nell’aria uno stormo di rondini; alle loro spalle c’è un altro bambino che solleva il mantello dove è seduta la donna. L’Estate è sul lato destro appoggiata a fasci di spighe e vicino ha un bimbo che sorregge una ghirlanda piena di mele, pere ed uva. L’Autunno, giovane, è appoggiato alla chiglia di una nave e nasconde in una mano una rosa un po’ appassita; la figura è avvolta da una ghirlanda di melograni e sull’altro lato vi è un bambino che gioca con ananas, banane e pannocchie. L’Inverno è una figura barbuta e corrucciata, appoggiata ad un ceppo di quercia dai rami spogli e nodosi; la sua mano afferra l’otre a forma di ariete, poggiato ad un’aquila con una sola ala aperta. Sul lato posteriore si trova un bimbo sorridente con i capelli disposti a raggiera; un altro bimbo gli offre un grosso pesce, mentre un terzo gioca con una ghirlanda di pigne.

Ma veniamo al significato nascosto dell’opera. L’Inverno guarda verso oriente e, insieme con l’Autunno, rappresenta i giganti Boaz e Jaquim, i due sostenitori delle colonne d’Ercole, i guardiani della soglia che immette sull’infinito. Boaz è la "parola di passo", il primo grado dell’iniziazione che il neofita compie nel cammino per i trentatré scalini delle logge massoniche. Jaquim rappresenta la perfezione, la luce, la conoscenza, mentre Boaz le tenebre e l’ignoranza. La conoscenza è simboleggiata dall’acqua che i due personaggi versano dagli otri, mentre questi ultimi sono due simboli astrologici: l’acquario è l’età verso cui si avvicina l’umanità, e l’ariete il segno sotto il quale si trova l’Italia.

Nel significato alchemico l’ariete è simbolo del vello d’oro, meta degli Argonauti, ma anche momento di trasformazione della materia verso la perfezione. Il bimbo con i capelli a raggiera è il frutto di ciò, è il Sole; quello con il pesce è il simbolo del Cristianesimo che si avvicina al suo maestro.

Le due figure maschili rappresentano anche Osiride, la più antica divinità egizia, le figure femminili rappresentano Iside, sua sposa e sorella. Ma le due donne simboleggiano anche i due aspetti dell’amore, quello sacro (Primavera) e quello profano (Estate), e anche la Virtù contrapposta al Vizio.

Un altro grande segreto è custodito nella disposizione dei blocchi di granito. Se si osserva la fontana a distanza, da posizione centrale, si nota che fra le due figure maschili si apre un varco rettangolare. E’ il cuore del mistero e rappresenta la soglia invalicabile per i profani, oltre la quale si entra in una dimensione sconosciuta, si accede a terre al di là delle colonne d’Ercole. E’ l’ingresso alla Caverna Luminosa in cui sono custoditi i misteri alchemici che regolano tutto il mondo. 

domenica 21 marzo 2021

Ma chi era Melqart?

 


Molte civiltà mediterranee assegnano un posto di primaria importanza all'ulivo, che diventa cosi' simbolo anche di varie divinità, tra le quali Atena è forse l'esempio più noto.


Ma la prima divinità a cui è stato associato l'olio era il fenicio Melqart. I Fenici, come li chiamava Omero, o Cananei, come li identificava la Bibbia, furono tra i primi a conferire sacralità al prezioso unguento, utilizzato nei sacrifici a vari dèi, come appunto Melqart. Nel tempio di questa divinità a Tiro, infatti, campeggia un ulivo dalle fronde lussureggianti, che in altri templi dedicati a Melquart diventa un'ulivo di smeraldi.

Ma chi era Melqart? Si tratta senza dubbio di una divinità misteriosa, la cui natura originaria è praticamente sconosciuta. All'inizio probabilmente questo dio possedeva attributi solari e anche marini, e si configurò come protettore dei naviganti.
R. Dussaud ipotizza che Melqart fosse il frutto della fusione tra il dio marino Yam e Baal, la divinità più importante delle popolazioni cananee. Tuttavia tale affermazione è priva di fondamento, visto che nei testi poetici di Ugarit le due divinità appaiono in contrapposizione l'una con l'altra. Un'altra scuola di pensiero, capitanata da W. F. Albright, identifica Melqart con una divinità del mondo sotterraneo, Malku, il quale si accompagnava a Nergal, un altro dio mesopotamico (precisamente sumero) dell'oltretomba. Ma anche in questo caso si tratta di mere supposizioni che mancano di prove convincenti.
Quel che è certo è che Melqart era il dio poliade di Tiro, una delle città più importanti della Fenicia, e da lì il suo culto si diffuse in altre città puniche, come Cartagine e Gades (o Tartesso), l'antica Cadice. Il nome originario fenicio Milk-Qart significa infatti "re della città" e connette strettamente questa divinità all'istituzione della monarchia, che a Tiro assunse un'importanza peculiare rispetto ad altre città fenicie. Basti pensare che a Tiro si credeva che i bambini sacrificati (tra i Fenici vi era l'usanza di sacrificare infanti, definita moloch) assurgessero, dopo la morte, a una condizione divina e assumessero il titolo di "re".
Questa divinità assunse un'importanza sempre maggiore, tanto che il Gran Sacerdote di Melqart, a Tiro, era secondo solo al re. Divenne d'uso pronunciare il nome di Melqart durante la stipulazione dei contratti, il che rese il dio il nume tutelare dei mercanti i quali, per un popolo di naviganti e commercianti come i Fenici, rappresentavano la classe sociale principale. Per questo, si cominciò a costruire un tempio dedicato a Melqart in ogni colonia fenicia; uno dei più importanti si trova a Cadice, centro fondamentale del culto di Melqart. Perfino in alcuni nomi punici, come Amilcare e Bomilcare, si può notare la forte presenza di questa divinità tra il popolo fenicio.

Sembra che anche il grande condottiero cartaginese Annibale Barca, figlio di Amilcare Barca, fosse molto devoto a Melqart. Lo storico Livio ci narra la leggenda che vuole che prima di compiere la marcia verso l'Italia, Annibale si fosse recato in pellegrinaggio a Gades (l'attuale Cadice) e avesse offerto un sacrificio a Melqart. La notte prima della partenza, al condottiero apparve in sogno un bellissimo giovane, inviato da Melqart per mostrargli la via per l'Italia. Il giovane raccomandò ad Annibale di non voltarsi indietro durante il percorso, ma il Barcide non resistette e vide dietro di sé un enorme serpente che distruggeva ogni cosa che incontrasse sul suo cammino. Quando Annibale chiese al suo accompagnatore il significato di quella visione, Melqart stesso gli disse che ciò che aveva visto era la desolazione della terra d'Italia. Quindi, il dio intimò al condottiero di seguire la sua stella e di non indagare oltre riguardo ai disegni oscuri del cielo.
In seguito, in epoca ellenistica e romana, a causa dei suoi attributi solari, Melqart venne identificato con Eracle di Tiro (l'Ercole romano) e anche con Crono (Saturno per i Romani). Questo perché nelle relazioni dei loro viaggi, i geografi e gl storici antichi tendevano a riprodurre e a riportare entro i connotati della propria cultura di appartenenza le divinità e le usanze dei popoli stranieri. Ciò accadde anche a Melqart, che venne identificato totalmente con l'eroe che compì le dodici fatiche. Anche il tempio di Gades venne annotato da Strabone come "il più occidentale tempio dell'Eracle di Tiro" e le sue colonne erano ritenute (erroneamente, secondo lo storico greco) le autentiche colonne d'Ercole, che l'eroe aveva eretto come estremo confine occidentale del mondo.

martedì 9 marzo 2021

I semi di cacao

 


Nel disegno una donna Azteca prepara la bevanda di cacao. Il liquido viene versato da una certa altezza per creare la schiuma.

‘Cioccolato’ deriva dalla parola xocolatl , che significa ‘acqua amara’ in Azteco. Anche se il cioccolato ha le sue origini nella lingua azteca (formalmente conosciuto come nahuatl), è stato suggerito che gli Aztechi potrebbero aver ereditato la ricetta da civiltà mesoamericane precedenti, come i Maya o gli Olmechi.
I semi di cacao venivano vinificati, arrostiti, e si ricavava una pasta. La pasta di cacao che veniva miscelata con acqua o vino, granoturco macinato e una varietà di aromi. Questi aromi comprendevano peperoncino, vaniglia, spezie e miele. La miscela poi si passava attraverso un processo chiamato "schiumare", in cui viene versata una tazza in una pentola girando avanti e indietro fino a formare una schiuma profonda sulla parte superiore.
L’ ‘acqua amara’ veniva consumata da nobili e guerrieri, in un rituale solenne. Si credeva che la pianta fosse un dono degli dei, e veniva associata dagli Aztechi a Quetzalcoatl.

la Batteria di Baghdad


 I libri di scuola ci hanno insegnato che, alla sua origine, l’umanità viveva nell’arretratezza tecnologica. Tuttavia, recenti scoperte e studi stanno dimostrando che diversi reperti affermano esattamente il contrario. Tra i più sbalorditivi certamente bisogna annoverare la straordinaria Batteria di Baghdad.

La Batteria di Baghdad è un manufatto risalente alla dinastia dei Parti (250 a.C.–226 d.C.) in Persia, scoperto nel 1936 vicino al villaggio di Khujut Rabu, nei pressi di Baghdad, Iraq.
L’oggetto divenne noto all’opinione pubblica solo nel 1938, quando il tedesco Wilhelm König, direttore del Museo nazionale dell’Iraq, lo trovò nella collezione dell’ente da lui diretto.
Si tratta di un vaso di terracotta nel quale è inserito un cilindro di rame. Sospeso al centro del cilindro risiedeva una barra di ferro, posizionata in modo da non entrare in contatto con l’altro metallo. Sia il cilindro che la barra erano tenuti in posizione con un tappo di catrame.
Rame e ferro costituiscono una coppia elettrochimica, la quale in presenza di un elettrolita, una soluzione acida o basica, genera una differenza di potenziale, in parole povere: corrente elettrica.

Alcuni ricercatori ritengono che la presenza del sigillante in catrame dimostri che il vaso era pensato per contenere un liquido caustico. Nei tempi antichi, la maggior parte dei liquidi aveva proprietà acide, quindi si pensa che nella batteria venisse utilizzato aceto o vino.
Gli studiosi contemporanei ritengono impossibile che gli antichi utilizzassero l’elettricità per alimentare lampadine ad incandescenza, perciò, quando guardano al manufatto, l’unica ipotesi ritenuta plausibile è che gli antichi lo utilizzassero per placcare elettricamente i gioielli in metallo.
Tuttavia, in un articolo comparso sul Journal of Near Eastern Studies, Paul T. Keyser propone un’ipotesi alternativa: dato che in antichità la corrente prodotta dalle anguille veniva utilizzata per lenire il dolore o anestetizzare una zona del corpo per le cure mediche, si può ipotizzare che la Batteria di Baghdad venisse utilizzato come dispositivo sanitario?
Come riporta Karla Akins su Ancient Origins, alla luce si alcuni aghi di bronzo e ferro rinvenuti a Seleucia insieme alle batterie, Keyser ritiene che il dispositivo potrebbe essere stato utilizzato per sedute di agopuntura, una pratica molto comune nella Cina di quel periodo.
Dal momento che pesci capaci di emettere corrente elettrica non si trovavano nel Golfo Persico o nei fiumi della Mesopotamia, forse gli antichi, consapevoli dei benefici, hanno inventato la batteria in sostituzione di questi.
È noto che diverse culture utilizzavano l’elettricità per scopi medici. I Greci e i Romani, per esempio, usavano i pesci elettrici per curari il mal di testa e la gotta.
Naturalmente, questa nuova ipotesi non ha trovato molta popolarità tra gli studiosi convenzionali, dato che entra in conflitto con la loro teoria evolutiva del genere umano, la quale pretende di incasellare l’Homo Sapiens in un cammino forzato a tappe, nel quale intelligenza, pensiero creativo e inventiva è appannaggio solo degli esseri umani moderni.
Se prendiamo per buona la teoria convenzionale, allora la Batteria di Baghdad, automaticamente, rientra nel file degli Ooparts, cioè di quei manufatti che non dovrebbero esistere data l’arretratezza culturale dei nostri antenati.
Se, invece, diamo spazio all’idea che nel passato dell’umanità c’era spazio anche alla creatività e all’intelligenza, allora possiamo forse renderci conto che i nostri antenati erano meno stupidi di quanto vogliamo credere