sabato 30 marzo 2019

Epicuro e la felicità del quotidiano


 “E’ necessario curarsi di ciò che conduce alla felicità, se è vero che, quando essa è presente abbiamo tutto, mentre quando non c’è ci sforziamo in tutti i modi per ottenerla“. La frase è del filosofo greco Epicuro, contenuta nella celebre Lettera a Meneceo.
Siamo sempre alla ricerca della felicità ma, in realtà, sappiamo cosa stiamo cercando? I nostri bisogni non sono facilmente interpretabili. Il rischio di confondere desideri e necessità, futilità e utilità è molto facile.
Per Epicuro la felicità si misura con il piacere e l’assenza di dolore. Ogni nostra scelta, ogni nostra azione, deve essere volta a non provare né dolore né timore. Il piacere consiste nell’assenza di turbamento dell’anima che rende, quindi, sereni.
Come tutti i filosofi che hanno parlato di felicità in termini di ricerca del piacere, anche Epicuro è stato spesso equivocato nella storia, anche tra i suoi contemporanei (si narra di numerose maldicenze che colpirono il filosofo). Spesso la parola “piacere” è accostata erroneamente a desideri superflui ed eccessivi rispetto alle reali necessità di un individuo.
Ma Epicuro, di sfarzoso ed eccessivo non aveva alcun comportamento, né abitudine. Il narratore Diogene Laerzio, nella sua opera “Vita dei Filosofi“, lo descrive come uomo mite e modesto con molti amici a cui dimostrava benevolenza e fedeltà continua. Gli amici lo andavano a trovare spesso nel suo giardino, il luogo di ritrovo che Epicuro aveva acquistato per ottanta mine. Nel “giardino dei piaceri”, in realtà Epicuro e i suoi amici chiacchieravano mangiando pane e bevendo acqua, talvolta un vinello. Un formaggio veniva conservato nel caso rarissimo si volesse proprio esagerare col banchetto.
Ma è lui stesso, Epicuro, a spiegare il concetto della semplicità collegata al piacere e alla felicità: “Dalle vivande semplici si ricava un piacere pari a quello che se ne trae da una tavola riccamente imbandita, quando sia stata cancellata ogni sofferenza legata al bisogno“. E poi ancora: “…una focaccia e dell’acqua procurano il piacere più intenso, qualora se ne cibi chi abbia fame. Abituarsi a un tenore di vita modesto e non sfarzoso giova dunque alla salute e fa sì che l’uomo non esiti a riconoscere ciò che davvero occorre per vivere…
Il fine per Epicuro non è la dissolutezza, quindi, ma il non provare dolore nel corpo e raggiungere l’assenza di turbamento nell’anima. Ognuno di noi può desiderare all’infinito nella natura dei piaceri ma il rischio è proprio quello di trovare dolore da quei piaceri inutili. Ogni nostra azione deve essere rivolta quindi allo stare bene con noi stessi agendo sì per noi ma anche senza arrecare danno agli altri. Nelle massime capitali Epicuro ce lo ricorda in riferimento alla giustizia: “L’ingiustizia non è un male in sé; lo diventa nel sospettoso timore di non riuscire a sfuggire a coloro che sono incaricati di punire atti di questo tipo“. In poche parole, se si commette un’ingiustizia si proverà turbamento per l’ansia di essere scoperti e, in questo stato, sarà impossibile raggiungere la felicità.
A margine del ragionamento di Epicuro sorge così una riflessione. Quanto noi desideriamo è davvero da ricercare fuori dalla nostra vita quotidiana oppure disponiamo già, spesso senza accorgercene, di ciò che sarebbe sufficiente a soddisfare i nostri reali bisogni e a vivere senza turbamento d’animo? A volte la felicità è semplicemente un’interpretazione di ciò che già abbiamo nella realtà quotidiana. Sta a noi saperla leggere dal lato giusto.
Salvatore Primiceri

venerdì 29 marzo 2019

Cassiopea


Le disgrazie di Andromeda cominciarono il giorno in cui sua madre sostenne di essere più bella delle Nereidi, un gruppo di ninfe marine particolarmente seducenti. Queste, offese, decisero che la vanità di Cassiopea aveva decisamente superato i limiti e chiesero a Poseidone, il dio del mare, di darle una lezione. Per punizione, Poseidone mandò un mostro terribile (Cetus) a razziare le coste del territorio del re Cefeo. Sbigottito per le devastazioni, con i sudditi che reclamavano una sua reazione, l’assediato Cefeo si rivolse all’Oracolo di Ammone per trovare una via d’uscita. Gli fu detto che per quietare il mostro doveva sacrificare la sua figlia vergine: Andromeda.

La giovane fu incatenata a una costa rocciosa per espiare le colpe della madre, che dalla riva guardava in preda al rimorso. Mentre Andromeda se ne stava incatenata alla rupe battuta dalle onde, pallida di terrore e in lacrime per la fine imminente, l’eroe Perseo, fresco dell’impresa della decapitazione di Medusa, capitò da quelle parti cavalcando il maestoso cavallo alato Pegaso; il suo cuore fu rapito alla vista di quella fragile bellezza in preda all’angoscia.
Perseo in un primo momento scambiò Andromeda per una statua di marmo. Ma il vento che le scompigliava i capelli e le calde lacrime che le scorrevano sulle guance gli rivelarono la sua natura umana.
Perseo le chiese come si chiamava e perché era incatenata lì. Andromeda, completamente diversa dalla sua vanitosa madre, in un primo momento, per timidezza, neanche gli rispose; anche se l’attendeva una morte orribile fra le fauci bavose del mostro, avrebbe preferito, per modestia, nascondere il viso tra le mani se non le avesse avute incatenate a quella roccia.

Perseo, da vecchio marpione continuò a interrogarla. Alla fine, per timore che il suo silenzio potesse essere interpretato come ammissione di colpevolezza, gli raccontò la sua storia, che interruppe improvvisamente, lanciando un urlo di terrore alla vista del mostro che, avanzando fra le onde, muoveva verso di lei. Un attimo di pausa, per chiedere ai genitori di Andromeda di concedergli la mano della fanciulla, e Perseo si lanciò contro il mostro, lo uccise mostrandogli il viso della Gorgone che portava con sé in un sacco di juta, liberò l’estasiata Andromeda fra gli applausi degli astanti e la fece sua sposa.

Più tardi Andromeda gli diede sei figli, compreso Perse, progenitore dei Persiani, e Gorgofone, madre di Tindaro e Icario, entrambi re di Sparta.

Gli antichi identificarono questo mito con degli insiemi di stelle che nella volta celeste sembravano raffigurarne i personaggi, e la stessa costellazione di Cassiopea, facilmente identificabile per la forma a W delle sue cinque stelle maggiormente splendenti, è associata a quella di una donna seduta; inoltre, Cassiopea e Cefeo sono gli unici coniugi a cui siano state dedicate due costellazioni.
Perseo invece è raffigurato come un guerriero che nella mano destra brandisce una spada e nella sinistra in Puglia la testa della Gorgone infatti il nome della stella che simboleggia la testa mozzata di medusa si chiama. Al Gor.
Nella volta celeste troviamo anche Andromeda che viene raffigurata come una ragazza incatenata alle rocce e Cetus che sarebbe l'orribile mostro mandato da Poseidone per razziare le coste del Regno di Cefeo.

giovedì 28 marzo 2019

Mistery Gate - puntata 16 03 19 - Lombardia TV

Mistery Gate - puntata 16 03 19 - Lombardia TV

con Stefania Tosi e Corinna Zaffarana

Cacciatori di teste


La domanda perché un uomo deliberatamente taglia la testa a un altro uomo può avere risposte diverse, ma la pratica di una tale barbarie trova riscontro in tutti i popoli fin dai tempi remoti. Già in tempi preistorici dobbiamo presupporre decapitazioni come lo mostrano scoperte paleolitiche in Baviera, ove teste tagliate con cura si trovano ad una certa distanza dai corrispondenti corpi (Kleiss). Nell'antichità, presso gli Assiri, era normale tagliare le teste dei nemici sconfitti e portarsele come trofei di vittoria oppure come dono per gli dei. Usanze basate su queste pratiche le troviamo nei poemi epici in cui la componente magico-rituale è adombrata da quella eroica. In tutte le epoche e in tutte le civiltà, le teste di malfattori decapitati o di nemici sconfitti erano mostrate pubblicamente sia impalate sulla punta delle lance, sia sui pinnacoli delle fortezze, sia ancora in gabbie appositamente costruite. Nel Museo anatomico di Napoli si conservano crani di delinquenti giustiziati che, per molti lustri rinchiusi in graticci di ferro, erano rimasti appesi alle mura del Tribunale della Vicaria. Se alla base di queste decapitazioni possiamo trovare motivazioni rituali, eroiche, di potere e di giustizia, altro significato hanno quelle dei cacciatori di teste, una pratica in passato assai diffusa fra le tribù primitive di vastissime zone dell'Indonesia, dell'Africa e delle due Americhe. Per gli indigeni delle Isole Salomone motivo della barbara caccia era la credenza che i nemici decapitati continuassero a vivere acefali anche nell'aldilà. Parecchie tribù della Nuova Guinea e soprattutto gli Alfuri della zona olandese praticarono la caccia alle teste con l'unico scopo di rientrare trionfalmente al villaggio con le teste dei nemici uccisi per farne il centro di una vesta per la vittoria. La caccia alle teste fu anche praticata, su larga scala, da alcuni popoli dell'Asia sud-orientale. Presso i Daiaki di Borneo si usava custodire in casa crani conquistati per poi deporli nella tomba di un defunto, affinché l'anima del decapitato servisse come uno schiavo il suo vincitore nell'altro mondo. Si credeva anche che l'accesso al regno dei morti veniva rifiutato all'uomo che non avesse conquistato almeno una testa. In Africa, la pratica della caccia di teste è stata molto meno diffusa, tuttavia gli indigeni della Costa della Guinea usavano i crani-trofeo dei nemici uccisi come tazze e numerose tribù dell'Africa occidentale ornavano con crani-trofeo gli strumenti musicali e, soprattutto, le lunghe trombe e i tamburi che servivano a infondere coraggio e furore bellico. Nella Nigeria settentrionale, dopo la conquista di una testa, l'intera tribù festeggiava il vincitore per parecchi giorni. Nell'America meridionale, presso alcune tribù (Macaco, Chiriguani, Guayacurù, Guaranti e Araucani) veniva attribuita la vittoria alla parte di colui che per primo riusciva a tagliare la testa di un nemico e ad issarla sulla punta della lancia. Il nemico interpretava questa visione come una prova dello sfavore degli dei e accusava partita persa. Tutte queste popolazioni attribuivano valore di trofeo alla testa intera. Tagliata la testa, veniva asportato il contenuto endocranico attraverso il foro occipitale. La testa, dopo ripetute immersioni in un miscuglio d'olio vegetale e di tintura rossa d'urucu (Bixa orellana) veniva affumicata per qualche giorno o lasciata seccare al sole. Ai capelli venivano annodate cordelline fittamente guarnite di penne rosse e nere. Cacciatori di teste si troverebbero, ancora oggi, in quelle parti del mondo ove le proibizioni dei governi hanno poco effetto nella giungla. È il caso dei Jivaros che in quest'arte crudele si distinguono perché la loro "specialità" sta nel rimpicciolire le teste. Queste teste rimpicciolite o tsantsas sono uniche nel loro genere: si tratta della pelle della testa di un uomo adulto ridotta con abilità sconcertante e attraverso numerose operazioni al volume di un pugno. Le labbra vengono cucite con numerosi lacci di fibre le quali formano un ciuffo penzolante della stessa lunghezza della capigliatura. Se cerchiamo di capire la mentalità di questi Jivaros che tagliano la testa ad un nemico ucciso, bisogna convenire che non si tratta di furia sanguinaria, ma di una forma di spiritualità profondamente ancorata. Come il cannibale mangia parti del cadavere ( dove la fame ha solo un ruolo secondario) così il trofeo in forma di testa dà al proprietario certe forze come il coraggio, la potenza che erano propri della vittima. In questo modo il trofeo può anche diventare un talismano per tutto il clan, il che spiega tutte le cerimonie connesse con la produzione e l'accettazione da parte del clan di una testa rimpicciolita. La credenza che spinge un Jivaro alla caccia della testa di un nemico è una vendetta che serve a placare lo spirito della persona da vendicare. Solo così lo spirito di questa persona potrà riposare in pace anziché aggirarsi intorno tormentato. È questa credenza religiosa che continua a perpetuare la guerra tra i Jivaros. Questa è la ragione perché un Jivaro taglia la testa di un altro Jivaro, la riduce alle dimensioni di un pugno e, infine, danza intorno ad essa. Il solo guaio dei Jivaros è quello di credere a tutta una serie di superstizioni: i Jivaros non si chiedono perché un albero cadendo uccide un fratelli. Lo sanno: gli spiriti maligni del wishinu nemico ne hanno la colpa. Non si domandano perché un fiume straripa. Lo sanno: sono gli spiriti maligni dell'acqua. I Jivaros temono solo l'inguanchi, lo spirito del male. Il loro mondo abbonda di spiriti, alcuni buoni ed altri maligni. A tutte le cose che esistono nel mondo, alberi, animali, ucelli, fiumi, pesci, farfalle, formiche, nubi, terra, nonché alle cose che splendono in cielo, corrispondono altrettanti spiriti. Perciò è arduo scoprire che cosa può preoccupare un Jivaro. Il guerriero che ha tagliato la testa deve badare a che lo spirito del nemico non gli faccia del male, perché il suo spirito ha sede nella testa, e soprattutto nei capelli. Naturalmente esso cerca di rivolgersi contro questo spirito e, perciò, fa di tutto per indurlo ad obbedire e ad aiutarlo. Pianta la tsantsa su una lancia conficcata nel terreno, la stessa lancia con la quale il nemico è stato ucciso e, insieme agli altri, danza intorno puntandole contro la lancia in modo da spaventare lo spirito e mostrare come lo ha ucciso. Anche le donne danzano e cantano. Le altre, quelle della jivaria nemica se ne stanno lì vicino e piangono. Quando non vengono catturate donne, si incaricano quelle della propria jivaria di fare la loro parte e di piangere a calde lacrime. Il tagliatore della testa deve digiunare, non può mangiare carne di grossi animali e grandi pesci, perché lo spirito del nemico può entrare in loro e da lì in lui. E non può avvicinare nessuna delle sue mogli; per sei mesi deve osservare la più completa astinenza.

martedì 26 marzo 2019

PANTÀSEMA: stregheria negli abruzzi (XV) – I nomi delle Streghe



La strega si manifesta sotto varie forme e assume nomi e caratteristiche differenti in base alle località in cui vive. Ogni regione d’Italia possiede un proprio folclore e conferisce alle streghe i nomi più disparati, contribuendo a creare per queste creature una famigliola popolosa e variegata.
Spesso per esorcizzare le nostre paure sentiamo il bisogno di rappresentarle, nella speranza che passino. Il mistero, ma anche l’ignoranza, che circonda questa immagine di donna-strega fa ancora molto discutere.
In passato tutte le negatività erano imputate alle streghe: per spaventare i bambini: “attenti alla strega!”; per gli uomini potenti: “sortilegio di strega!”. Non dimentichiamo, però che “la strega” è anche una donna, una donna volutamente raffigurata con sembianze repellenti…

Ma, in realtà, chi era la Strega?
In Calabria e in Basilicata incontriamo le Abitatrici dei campi che rapiscono i bambini dalle culle e li nascondono nei tronchi delle querce. La loro natura non è ben chiara e alcuni le definiscono Fate.

In Sicilia sono presenti le Animulari che hanno venduto la loro anima al diavolo; con opportuni unguenti e formule magiche passano attraverso le fessure di porte e finestre. Di notte volano azionando l’arcolaio. Il loro nome deriva dal termine dialettale anunulu, che significa arcolaio.

Le Bàzure sono nei dintorni di Savona: vengono chiamate anche streghe marinare, perché possono sia navigare durante le tempeste che scatenarle, rovinano la farina per il pane nei mulini, il vino nelle botti e rapiscono i neonati per succhiargli il sangue.

Le Bele butèle sono molto avvenenti quando si mostrano nell’aspetto umano. In realtà hanno zampe caprine o equine, braccia di scimmia e orecchie lunghe
Le Beate donnette sono popolari nelle province di Trento e Vicenza e talvolta vengono scambiate per le Fate traendo in inganno. Le Bele butèle, proprie della tradizione veneta (come le Beate donnette), hanno un nome che inganna gli incauti e sono molto avvenenti quando si mostrano nell’aspetto umano. In realtà la loro natura è ben diversa: hanno zampe caprine o equine, braccia di scimmia e orecchie lunghe. Le bele butèle vanno in cerca di uomini che si attardano la sera prima di rincasare, dopo l’Ave Maria. È in quell’ora che sono pericolose. Bambini e donne, quando in casa non sono presenti gli uomini, corrono un pericolo maggiore perché possono essere prelevati e scannati.
Le Genti beate è un altro nome delle streghe che trae in inganno. Sono diffuse nel veronese e qualcuno le ascrive alla famiglia delle Fate, più precisamente alle anguane¹. Vivono nelle grotte e si riuniscono la notte per tenere i loro concili. Vanno a caccia di serpenti, uccelli e caprioli, di cui si nutrono. Per qualcuno si tratta perfino di spiriti, che vivono nei pressi delle sorgenti.

Le Cogas sono streghe della tradizione sarda. Una coga è la settima figlia in una famiglia in cui sono nate sette femmine. La leggenda la vede volare a cavallo di una scopa e succhiare il sangue dei neonati. Può persino trasformasi in una mosca per entrare nelle case. Per combattere le cogas è sufficiente lasciare un abito rovesciato nella stanza in cui il bambino dorme. Nel caso si avvertisse l’arrivo della strega, simile al rumore della caldaia battuta, era sufficiente rovesciare un indumento e la coga cadeva a terra nuda. Ad Agosto, in provincia di Cagliari, viene celebrata una festa in suo onore, che dura tre giorni. Delle cogas esiste anche la versione maschile, i cogus.

Le Gatte masciare possono trasformarsi in gatti e girovagare per la città di notte operando i loro malefici.
Le Gatte masciare si trovano a Bari, possono trasformarsi in gatti e girovagare per la città di notte operando i loro malefici. Al tramonto, si dice, queste donne si ungono di olio masciaro, che permette loro di potersi gettare nel vuoto dai tetti delle case, e volare. Ecco dunque che ritorna l’unguento come uno degli strumenti magici delle streghe. Il termine masciaro sembra derivi dal latino megaera, da cui appunto proviene il nostro megera, che significa strega, maga. C’è un piccolo collegamento fra le gatte masciare pugliesi e le cogas sarde: se un uomo era convinto che un gatto fosse in realtà una strega, poteva recitare una formula magica e il gatto si sarebbe immediatamente trasformato in una donna nuda. I masciari erano coloro i quali si erano venduti al demonio e potevano così entrare in possesso di poteri straordinari.

Le Janare sonno terribili streghe della Campania, brutte e con lunghe zanne di cinghiale. Nei pressi di Caserta esiste il monte Ianaro, che da loro ha preso il nome. Vestono con un mantello nero macchiato di sangue. Diventando vento potevano penetrare nelle fessure delle finestre; si dice che rubassero asini e cavalli nelle stalle riportandoli all’alba stremati. Il nome probabilmente deriva da Dianare, le sacerdotesse di Diana.

L’elemento che accomuna queste creature è l’acqua.
Le Lavandaie hanno diverse appartenenze: possono essere fate, ma anche fantasmi. In alcuni casi si tratta però di streghe. L’elemento che accomuna queste creature è l’acqua. Sono donne viste nei pressi di una sorgente a lavare panni. Si fanno aiutare dai viandanti incauti, che sono così costretti a strizzare i panni finché si ritrovano spezzate le ossa delle braccia. Le streghe lavandaie possono anche rapire bambini dalle case e la loro sorte è in questo caso peggiore, perché le piccole vittime sono sbattute sulle rocce in continuazione, come fossero delle lenzuola. Questa leggenda è propria della penisola d’Istria.

Le Masche: la tribù di queste streghe è attiva in Piemonte, ma ve ne sono tracce anche in Lombardia e Liguria. Il termine sembra di origine celtica. Contro i malefici e le fatture delle masche si usavano diversi rimedi, come alcune gocce d’acqua nel latte o sale benedetto nel burro o foglie di ulivo benedetto nelle sorgenti.

La Missuia è una strega particolare, perché ha la facoltà di trasformarsi in scrofa. Con sé ha dodici maialini, uno per ogni mese dell’anno. È una strega che si trova in Svizzera, ma che può anche comparire in Italia. Si limita a fare baccano con la sua dozzina di figli e a cantare in coro.

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Le Tempestare controllano gli agenti atmosferici e sono proprie di tutta la nostra penisola.
Le Tempestare sono proprie di tutta la nostra penisola e si tratta di streghe e stregoni, che hanno ormai da tempo imparato a controllare gli agenti atmosferici. Possono procurare bufere, tempeste, grandinate e rovinare così i raccolti. Si dice che la bora, il ben conosciuto vento triestino, sia causata da streghe del luogo. Nella zona di Brescia due disastri, che hanno causato la perdita di centinaia di alberi, sono attribuiti all’azione di queste streghe. Nella provincia di Belluno impazza la Stria della Diassa, altrimenti detta “strega del ghiaccio“. Padrona degli elementi atmosferici invernali, può scatenare bufere di neve e valanghe. Nessuno ne conosce l’aspetto.

La Vecia barbantana: questa strega arriva dal Veneto e la sua caratteristica, molto temuta dai bambini, è di camminare in continuazione per i centri abitati, catturando i bambini sperduti e nutrendosene.

La Zöbia: si tratta di una tribù si streghe che vive in Lombardia. Il nome potrebbe significare giovedì, poiché è il giorno del loro sabba. Sono anche dette zöbiane o giubbane. Non sembra molto malefica, anzi si limita a entrare nelle case dai camini attendendo il risotto tradizionale, oppure fa sparire i vestiti delle donne, trasformandoli in gomitoli di refe², in modo che esse si ritrovino in strada quasi nude.

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Infine le Madri: il nome, che non dovrebbe ricondurre a esseri demoniaci, si ricollega alle ben note tre madri³ della cinematografia, nei film di Dario Argento. Nel folclore della provincia di Trapani le madri sono streghe brutte, orribili, che hanno occhi gialli e pupille ovali, elemento caratteristico dei gatti. Sono in grado di lanciare malefici e sortilegi e conoscono le arti magiche. In Calabria queste streghe sono conosciute come magare e magarat.

Nomi di donne, nomi di streghe.

Paese che vai, strega che trovi. Nei precedenti articoli sulla Pantàsema, antica figura femminile legata ai riti agricoli della cultura pagana del centro Italia, ho cercato di fornire al lettore qualche notizia in più a completamento del semplice appellativo strega, il cui equivalente è donna saggia. Durante tutto il periodo dell’Inquisizione erano proprio le donne sagge, le donne di potere, che dovevano sparire, e così è stato.



Note:
¹Anguana: creatura legata all’acqua, dalle caratteristiche in parte simili a quelle di una ninfa e tipica della mitologia alpina.
² Refe: Filo molto robusto, ottenuto dall’intreccio di più capi.
³Le Tre Madri: trilogia cinematografica horror italiana. E’ composta dai film: “Suspiria” (1977), “Inferno” (1980) e “La terza madre” (2007) diretti dal regista Dario Argento. Ciascun film tratta di una delle “Madri,” una triade di antiche e malvagie streghe che con i loro poteri possono manipolare gli eventi del mondo su scala globale.

Fonti: I nomi delle streghe sono tratte dall’articolo di Daniele Imperi pubblicato il 22/08/2012 “Stregoneria, streghe e stregheria: le origini, la storia, le tipologie” 

Del legame tra donna e gatto


Dal punto di vista storico-sociale, ci si può invece collegare a un’accusa che ancora oggi viene mossa ai gatti: di essere animali pigri, opportunisti e approfittatori, privi di qualsiasi attaccamento ai loro umani. Una caratterizzazione che si trascinano dietro dai secoli in cui la donna era soggetta prima all’obbedienza al padre poi, dopo il matrimonio al marito. Non è certo un segreto che per secoli in un nucleo familiare al di fuori il ruolo di potere sia spettato all’uomo, un potere assoluto o quasi sulla moglie e sui figli e che non tollerava forma di disobbedienza alcuna. Anche negli animali l’uomo nelle ere passate ha sempre ricercato doti atte alla servilità e alla sottomissione. Il cane, in questa ottica, è quindi “cosa da uomini”, mentre il gatto, col suo carattere indipendente e in quanto tale un pericolo al potere assoluto del maschile, è stato sminuito e disprezzato, mantenuto affamato perché fosse spinto a cacciare i topi annidati dentro casa. Ed è proprio all’interno della casa, di fronte al focolare, che donna e gatto iniziano a legarsi, entrambi confinati in un ruolo interno alla casa e ad obblighi di natura familiare, malvisti come membri in ascesa sociale e a cui è negata la ribellione. E’ proprio il binomio che si crea precedentemente alla caccia alle streghe a spingere gli inquisitori, quando il tempo delle persecuzioni giunge, a condannare gatto e donna in coppia; persino Belzebù, nei processi riportati nel Malleus Malleficarum, ha l’aspetto di un grosso gatto nero. Il felino diventa inoltre il simbolo del male, servitore di Ecate, regina delle tenebre che aveva creato i topi per nutrirlo. Oggi sappiamo che le donne condannate al rogo in gran parte altro non erano che erboriste, e come tali dirette concorrenti dei medici, figure maschili: ancora una volta, il potere vuole soffocare la liberta’ di pensiero e delle azioni, e non può quindi accettare di veder sovvertito l’ordine sociale a causa di donne che non si adattano al ruolo per loro ritagliato da secoli.

martedì 19 marzo 2019

La birra, un liquido divino

La birra, un liquido divino

La storia della birra si perde nell'alba dei tempi, tanto che non si ha la certezza assoluta su quale popolo debba ritenersi l'inventore della bevanda. Ne parlano iscrizioni sumere, papiri egizi e addirittura si ricordano tradizioni azteche e cinesi di produzione della birra a partire rispettivamente da mais e riso. 
 Per quanto riguarda l'area mesopotamica, una stele sumera di circa 6000 anni fa documenta l'esistenza della birra. Tra i Sumeri, infatti, esistevano già diverse varietà di birra (chiare, scure, rosse, leggere, forti, ecc.), che era stata inventata, secondo la mitologia, dalla dea Ninkasi. Proprio l'inno a questa divinità costituisce una delle più antiche ricette della birra:

Ninkasi, tu sei colei che cuoce il bappir [pane d'orzo cotto due volte] nel grande forno, 
Che mette in ordine le pile di cereali sbucciati,Tu sei colei che bagna il malto posto sul terreno...
Tu sei colei che tiene con le due mani il grande dolce mosto di malto...
Ninkasi, tu sei colei che versa la birra filtrata del tino di raccolta, 
È [come] l'avanzata impetuosa del Tigri e dell'Eufrate

 Sempre in Mesopotamia, troviamo tracce della birra anche nel codice del re babilonese Hammurabi che, tra le altre cose, regolamentava il comportamento delle ostesse (la birra era infatti venduta solo da donne) nel commercio della birra. Questa bevanda, presso i Babilonesi, aveva un'importanza fondamentale nei riti funebri, durante i quali veniva consumata in onore del defunto in qualità di rito propiziatorio. Inoltre la stessa Ishtar, la dea madre del pantheon babilonese, traeva forza proprio dalla birra.  
 Anche nell'antico Egitto questa bevanda era ricollegata a delle divinità. E non erano divinità qualunque, visto che si trattava di Iside e Osiride, ritenuti gli inventori della birra. Oltre a usare tale bevanda nelle cerimonie funebri, gli Egizi la impiegavano anche a scopo medicinale e nell'alimentazione quotidiana; infatti, perfino i bambini venivano abituati a bere birra, poiché rappresentava sia un nutrimento sia una medicina. Il liquido veniva offerto in particolar modo alle gestanti, per favorire l'allattamento.

 Si può così notare come nel mondo antico questo liquido venisse associato alle divinità femminili della terra e dei cereali. Oltre alla dea babilonese Ishtar, la birra nel mondo romano venne chiamata cerevisia in onore di Cerere, la dea delle messi. Come succedeva spesso nella cultura romana, si trattava della ripresa di una tradizione greca, che prevedeva il consumo della bevanda durante le feste in onore di Demetra, l'equivalente greca della Cerere romana sopra citata. Nonostante nel mondo classico il vino la facesse da padrone, dunque, anche la birra si ritagliò un ruolo importante, soprattutto durante le Olimpiadi, dove agli atleti era proibito bere vino.
 Altre leggende provenienti da vari paesi dimostrano l'esistenza dell'associazione birra-donna in quanto simbolo di fertilità. Una di queste vuole che fosse stata proprio una donna a produrre per prima la birra. Questa si era dimenticata fuori dalla propria abitazione un contenitore con dei cereali durante la pioggia. I cereali macerarono nell'acqua e fermentarono naturalmente grazia al successivo calore solare.
 Una saga nordica narra di un re vichingo che, dovendo scegliere una moglie tra due donne, volle sposare quella che avrebbe prodotto la birra migliore. La futura prescelta invocò Odino, il quale usò la propria saliva come lievito fermentante nella preparazione della bevanda. Da quel momento in poi, la birra fu investita del potere di trasmettere la conoscenza esoterica e la donna doveva vegliare durante il momento della fermentazione.
 Anche in Scandinavia e nelle repubbliche baltiche la donna aveva un rapporto particolare con la birra. Il Kalevala, il più grande poema epico finlandese, nel ventesimo runo parla di Osmotar, la ragazza che scoprì il segreto del processo di fermentazione attraverso l'uso di ingredienti e riti she simboleggiano un'unione mistica sessuale. In Lituania, invece, un rito della fertilità praticato fino al XVI secolo prevedeva che la ragazza più alta del villaggio, in equilibrio su un solo piede sopra una panca, bevesse e offrisse birra al dio Waizganthos, che presiedeva alla crescita delle messi di lino.
 Ovviamente, se le donne potevano propiziare la produzione della birra, potevano anche porre degli ostacoli alla fermentazione, come nel caso delle streghe. In alcuni casi, si pensava che durante particolari giorni del ciclo, le donne esercitassero un'influenza negativa sul lievito, minacciando la buona riuscita della fermentazione.

 La birra però non è associata solo alle figure femminili. Se ci spostiamo verso il nord Europa, infatti, essa si insinua nei rituali e nei miti che non sono necessariamente connessi con la fertilità o con le donne.
 Vi sono diverse leggende che individuano vari personaggi come inventori della birra, quali il mitico re Gambrinus delle Fiandre, Radigost, il dio slavo dell'ospitalità o un certo Charlie Mopps, protagonista di una canzone diffusa nei pub inglesi:

Molto tempo fa, indietro nella storia
quando tutto quello che c'era da bere erano solo tazze di the, 
arrivò un uomo chiamato Charlie Mopps 
ed egli inventò la meravigliosa bevanda, e la fece con il luppolo.
  
 Tacito racconta che tra i Germani c'era l'usanza di bere birra a volontà nelle assemblee prima di deliberare, poiché in questo modo credevano che si favorisse il contatto con gli dèi e i defunti. 
 Inoltre, nella tradizione vichinga la birra è concepita come una bevanda sacra adatta ai guerrieri, poiché poteva conferire loro la forza della terra. Odino stesso raccomandava ai guerrieri di consumarla per favorire le proprie prestazioni durante la battaglia, a patto che poi l'uomo riacquistasse il senno. I guerrieri bevevano la birra in corni con incise rune sacre, di modo che se un nemico vi avesse aggiunto del veleno, il corno si sarebbe spezzato. 
 Sempre nei paesi nordici, vi sono leggende che si intrecciano con gli spiriti maligni. Questi si annidavano nei locali dove si preparava la birra a andavano esorcizzati con spruzzi di mosto e della bevanda stessa. Nel caso questo non bastasse, la notte, nella stanza dove si produceva la birra, veniva lasciato di guardia il gatto di casa, che aveva il compito di scacciare il più malvagio degli spiritelli, Okorei. Costui, infatti, protetto dalle tenebre notturne, rubava la birra e faceva inacidire quella che non riusciva a portare via con sé.  
 In generale, poi, vi era la credenza secondo la quale non si dovevano sbattere le porte o far vibrare i pavimenti di legno della stanza dove si preparava la birra per non "spaventare" il lievito. Ciò era dettato dal fatto che, per far avvenire regolarmente la fermentazione, bisognava evitare ogni corrente d'aria e ogni minimo scuotimento del mosto.    

 Infine, non si può non menzionare la cultura celtica, dove la birra compare praticamente ovunque. Queste popolazioni stimavano molto le proprietà della birra e dei grandi e preziosi calderoni come quello di Gunderstrup, risalente al II secolo a. C., venivano riempiti fino all'orlo della bevanda in occasione di vari rituali.
 Ovviamente, una bevanda così importante a livello religioso, non può essere assente nelle narrazioni e nella mitologia delle popolazioni celtiche. In primo luogo ricordiamo due "signori della birra": Cernunno, il dio degli animali e il fabbro Goibniu, che in Irlanda serviva la birra ai potenti Tuatha Dé Danann, degli esseri divini in possesso di facoltà straordinarie.
 Sempre in Irlanda si narra la leggenda di Mag Meld, un eroe che carpì il segreto della fabbricazione della birra ai terribili Fomori, i dominatori dell'isola prima dell'arrivo degli uomini. Mag Meld svelò il segreto agli antenati degli Irlandesi, che poterono godere delle virtù della mistica bevanda, la quale conferiva ai Fomori forza straordinaria e immortalità. Grazie all'opera di Mag Meld, assimilabile in qualche modo al classico Prometeo, i mostruosi Fomori perdettero il loro potere e vennero in seguito scacciati dall'isola. Proprio da questo eroe prese nome la mitica terra dell'Oltremondo del folklore irlandese, chiamata anche Avalon, Tir Na Nog o Anwynn. Si trattava di una terra sotterranea, dove non esistono né morte né malattie e dove l'esistenza è sempre piacevole e dolce, comparabile a un'eterna primavera.

domenica 17 marzo 2019

I bambini indaco








Avete mai sentito parlare di bambini indaco? Si tratta di una teoria senz'altro affascinante, secondo la quale esisterebbero bambini dalle caratteristiche molto particolari, venuti al mondo con degli scopi ben precisi. Ma esattamente chi sarebbero questi bambini indaco, e come sarebbe possibile riconoscerli?

La prima volta che si è parlato di bambini indaco è stato nel 1986 quando Nancy Ann Tappe ha pubblicato "Understanding your life through color" (Capire la propria vita attraverso il colore). Il colore a cui fa riferimento l’autrice è quello dell’aura, l’alone luminoso invisibile ai più che (secondo teorie parapsicologiche e spirituali) circonda il nostro corpo e può assumere diverse sfumature a seconda dell’anima dell’individuo che va a riflettere. Quello dei bambini speciali del nuovo millennio sarebbe appunto l'indaco, un colore che sta tra il blu e il viola. 

CHI SONO I BAMBINI INDACO
In base a questa popolare teoria parapsicologica, che di fatto non ha alcuna origine scientifica, i bambini indaco, definiti anche bambini delle stelle, sarebbero individui che fin da piccoli presentano caratteristiche molto particolari e che il più delle volte, già molto presto, sono coscienti del destino che li attende in questo mondo. “Nuovi bambini per una nuova Terra” esprime bene il concetto di bambino indaco, questi esseri sarebbero arrivati infatti in massa a scardinare le vecchie certezze di un mondo tutto da rifare. Grazie ad una nuova umanità più cosciente e, naturalmente, grazie all’amore di cui questi bambini hanno particolarmente bisogno, e che sanno anche regalare, l'umanità starebbe piano piano passando ad un nuovo stadio della nostra evoluzione.

La maggior parte dei bambini indaco, dicono gli ideatori di questa teoria, sarebbero molto difficili da gestire, perché non accetterebbero di conformarsi alle regole di educazione e stile di vita imposte dai nostri tempi. Sarebbero venuti infatti a smontare quanto di vecchio c’è oggi, per aprire il campo a una nuova era. Non sarebbe sempre facile, quindi, trattare con un bambino indaco, soprattutto nei contesti sociali, dove questi piccoli presenterebbero disturbi di attenzione o iperattività e si fannorebbero notare subito come delle voci fuori dal coro, spesso scomode. Secondo quanto riportato in un altro libro sui bambini indaco, opera di Lee Carrol e Jan Tober:

"I Bambini Indaco nascono portando i loro doni divini bene in vista. Molti sono filosofi in erba. Saranno scienziati, inventori, artisti di talento a livello innato. Tuttavia la nostra società, che poggia ancora sulla vecchia energia, tende a sminuire i loro pregi. Molti di questi bambini vengono scambiati per bambini con "disturbi dell’apprendimento" e molti altri vengono attualmente distrutti dal sistema dell’istruzione pubblica".

Le teorie che vogliono questi bambini protagonisti di una nuova epoca dicono che gli indaco sono menti evolute, molto coscienti di sé, con grande senso di regalità e sguardi molto profondi. Spesso sanno cogliere i pensieri e le emozioni di chi li circonda.

Sarebbero nati bambini con queste caratteristiche già a partire dagli anni ‘60 e ‘70, con un aumento ben visibile dagli anni ’80, fino ad arrivare ad oggi, quando la gran parte dei nuovi nati sarebbe “speciale”. Attualmente si parla, in realtà, di un’evoluzione ulteriore dei bambini indaco. I nuovi nati vengono chiamati, infatti, bambini cristallo o arcobaleno (spesso figli di bambini indaco) e hannavrebbero caratteristiche diverse, anche se seguono la scia di chi li ha preceduti per favorire un cambiamento di rotta a livello mondiale.

4 TIPOLOGIE DI BAMBINI INDACO
Secondo le teorie, esisterebbero 4 tipi di bambini indaco: l’umanista, il concettuale, l’artista e l’interdimensionale

Bambini indico: l'umanista
Sono quei bambini che faranno lavori a contatto con le persone, ad esempio i medici e gli insegnanti e si metteranno quindi a disposizione degli altri. Sono la tipologia più socievole e generalmente iperattivi. Da bambini vogliono mille giocattoli insieme ma passano da uno all’altro.

Bambini indaco: il concettuale 
Sono bambini molto progettuali che dunque prediligeranno lavori come l’ingegnere o l’architetto. Generalmente hanno un bel fisico e sono degli sportivi, sono quelli maggiormente a rischio dipendenze, soprattutto nelle fasi adolescenziali. Cercano di controllare i propri genitori più delle altre tipologie di indaco.

Bambini indaco, l'artista 
L’indaco più sensibile e fragile ma allo stesso tempo il creativo per eccellenza. Tutte le cose della vita le affronta in maniera creativa e artistica anche se è difficile individuare le sue vere predilezioni perché passa da una cosa ad un’altra con una grande facilità, annoiandosi un po’ e con una grande voglia di scoprire tutto.

Bambini indaco: l'nterdimensionale
Gli indaco più robusti e grossi. Fin da piccolissimi, circa 2 anni, sanno benissimo qual è il loro compito e si ingegnano a fare tutto da soli, se qualcuno interviene sono capaci di rispondere: “Lo so. Lo so fare. Lasciami stare”. Sono le persone che rivoluzioneranno filosofie e religioni.

BAMBINI INDACO, COME RICONOSCERLI

Ma, in base a questa teoria, come fare a riconoscere un bambino indaco? Sono tante le caratteristiche che renderebbero questi esseri speciali, ecco quelle che si riscontrano più frequentemente:

- il bambino è a disagio nei contesti sociali in cui si sente una voce fuori dal coro

- ha uno sguardo che penetra in profondità e un senso di regalità molto spiccato

- sa chi è ed è lui stesso a dire di essere particolare alla propria famiglia

- si rifiuta di seguire regole e autorità e non sopporta punizioni né compromessi

- è testardo e perseverante

- è molto creativo, sogna e progetta molto in grande

- è ipersensibile

- dice chiaramente quello che vuole e di cui ha bisogno

- è molto tecnologico e ha grande facilità di apprendimento

- è iperattivo e si annoia facilmente

- ha un’alimentazione particolare (a volte salta i pasti, a volte inverte colazione e cena, spesso si rifiuta di mangiare carne o è intollerante ad alcuni cibi)

- ha facoltà particolari ed extra-sensoriali

Crescere questi bambini speciali, dicono i sostenitori della teoria dei bambini indaco, è un gran privilegio: i piccoli indaco hannavrebbero bisogno di tanto amore, ma importante anche imparare ad accettarli per quello che sono, rispettare il loro essere, trovare la chiave per comunicare al meglio con loro in modo da insegnargli anche un po' di disciplina. Con i bambini indaco, ammesso che esistano, i metodi di apprendimento che offrono più frutti in caso di bambini indaco sarebbero quelli "alternativi", che utilizzano ad esempio strumenti come musica, arte, danza e recitazione.

Una teoria affascinante quella dei bambini indaco, non trovate?

Francesca Biagiol

martedì 5 marzo 2019

Mirella Santamato - 04/03/2019 diretta Facebook


Dal canale Youtube Tutto Mauro Biglino