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giovedì 10 febbraio 2022

PANTÀSEMA: stregheria negli abruzzi (XV) – I nomi delle Streghe



La strega si manifesta sotto varie forme e assume nomi e caratteristiche differenti in base alle località in cui vive. Ogni regione d’Italia possiede un proprio folclore e conferisce alle streghe i nomi più disparati, contribuendo a creare per queste creature una famigliola popolosa e variegata.
Spesso per esorcizzare le nostre paure sentiamo il bisogno di rappresentarle, nella speranza che passino. Il mistero, ma anche l’ignoranza, che circonda questa immagine di donna-strega fa ancora molto discutere.
In passato tutte le negatività erano imputate alle streghe: per spaventare i bambini: “attenti alla strega!”; per gli uomini potenti: “sortilegio di strega!”. Non dimentichiamo, però che “la strega” è anche una donna, una donna volutamente raffigurata con sembianze repellenti…
Ma, in realtà, chi era la Strega?
In Calabria e in Basilicata incontriamo le Abitatrici dei campi che rapiscono i bambini dalle culle e li nascondono nei tronchi delle querce. La loro natura non è ben chiara e alcuni le definiscono Fate.
In Sicilia sono presenti le Animulari che hanno venduto la loro anima al diavolo; con opportuni unguenti e formule magiche passano attraverso le fessure di porte e finestre. Di notte volano azionando l’arcolaio. Il loro nome deriva dal termine dialettale anunulu, che significa arcolaio.
Le Bàzure sono nei dintorni di Savona: vengono chiamate anche streghe marinare, perché possono sia navigare durante le tempeste che scatenarle, rovinano la farina per il pane nei mulini, il vino nelle botti e rapiscono i neonati per succhiargli il sangue.
Le Bele butèle sono molto avvenenti quando si mostrano nell’aspetto umano. In realtà hanno zampe caprine o equine, braccia di scimmia e orecchie lunghe
Le Beate donnette sono popolari nelle province di Trento e Vicenza e talvolta vengono scambiate per le Fate traendo in inganno. Le Bele butèle, proprie della tradizione veneta (come le Beate donnette), hanno un nome che inganna gli incauti e sono molto avvenenti quando si mostrano nell’aspetto umano. In realtà la loro natura è ben diversa: hanno zampe caprine o equine, braccia di scimmia e orecchie lunghe. Le bele butèle vanno in cerca di uomini che si attardano la sera prima di rincasare, dopo l’Ave Maria. È in quell’ora che sono pericolose. Bambini e donne, quando in casa non sono presenti gli uomini, corrono un pericolo maggiore perché possono essere prelevati e scannati.
Le Genti beate è un altro nome delle streghe che trae in inganno. Sono diffuse nel veronese e qualcuno le ascrive alla famiglia delle Fate, più precisamente alle anguane¹. Vivono nelle grotte e si riuniscono la notte per tenere i loro concili. Vanno a caccia di serpenti, uccelli e caprioli, di cui si nutrono. Per qualcuno si tratta perfino di spiriti, che vivono nei pressi delle sorgenti.
Le Cogas sono streghe della tradizione sarda. Una coga è la settima figlia in una famiglia in cui sono nate sette femmine. La leggenda la vede volare a cavallo di una scopa e succhiare il sangue dei neonati. Può persino trasformasi in una mosca per entrare nelle case. Per combattere le cogas è sufficiente lasciare un abito rovesciato nella stanza in cui il bambino dorme. Nel caso si avvertisse l’arrivo della strega, simile al rumore della caldaia battuta, era sufficiente rovesciare un indumento e la coga cadeva a terra nuda. Ad Agosto, in provincia di Cagliari, viene celebrata una festa in suo onore, che dura tre giorni. Delle cogas esiste anche la versione maschile, i cogus.
Le Gatte masciare possono trasformarsi in gatti e girovagare per la città di notte operando i loro malefici.
Le Gatte masciare si trovano a Bari, possono trasformarsi in gatti e girovagare per la città di notte operando i loro malefici. Al tramonto, si dice, queste donne si ungono di olio masciaro, che permette loro di potersi gettare nel vuoto dai tetti delle case, e volare. Ecco dunque che ritorna l’unguento come uno degli strumenti magici delle streghe. Il termine masciaro sembra derivi dal latino megaera, da cui appunto proviene il nostro megera, che significa strega, maga. C’è un piccolo collegamento fra le gatte masciare pugliesi e le cogas sarde: se un uomo era convinto che un gatto fosse in realtà una strega, poteva recitare una formula magica e il gatto si sarebbe immediatamente trasformato in una donna nuda. I masciari erano coloro i quali si erano venduti al demonio e potevano così entrare in possesso di poteri straordinari.
Le Janare sonno terribili streghe della Campania, brutte e con lunghe zanne di cinghiale. Nei pressi di Caserta esiste il monte Ianaro, che da loro ha preso il nome. Vestono con un mantello nero macchiato di sangue. Diventando vento potevano penetrare nelle fessure delle finestre; si dice che rubassero asini e cavalli nelle stalle riportandoli all’alba stremati. Il nome probabilmente deriva da Dianare, le sacerdotesse di Diana.
L’elemento che accomuna queste creature è l’acqua.
Le Lavandaie hanno diverse appartenenze: possono essere fate, ma anche fantasmi. In alcuni casi si tratta però di streghe. L’elemento che accomuna queste creature è l’acqua. Sono donne viste nei pressi di una sorgente a lavare panni. Si fanno aiutare dai viandanti incauti, che sono così costretti a strizzare i panni finché si ritrovano spezzate le ossa delle braccia. Le streghe lavandaie possono anche rapire bambini dalle case e la loro sorte è in questo caso peggiore, perché le piccole vittime sono sbattute sulle rocce in continuazione, come fossero delle lenzuola. Questa leggenda è propria della penisola d’Istria.
Le Masche: la tribù di queste streghe è attiva in Piemonte, ma ve ne sono tracce anche in Lombardia e Liguria. Il termine sembra di origine celtica. Contro i malefici e le fatture delle masche si usavano diversi rimedi, come alcune gocce d’acqua nel latte o sale benedetto nel burro o foglie di ulivo benedetto nelle sorgenti.
La Missuia è una strega particolare, perché ha la facoltà di trasformarsi in scrofa. Con sé ha dodici maialini, uno per ogni mese dell’anno. È una strega che si trova in Svizzera, ma che può anche comparire in Italia. Si limita a fare baccano con la sua dozzina di figli e a cantare in coro.
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Le Tempestare controllano gli agenti atmosferici e sono proprie di tutta la nostra penisola.
Le Tempestare sono proprie di tutta la nostra penisola e si tratta di streghe e stregoni, che hanno ormai da tempo imparato a controllare gli agenti atmosferici. Possono procurare bufere, tempeste, grandinate e rovinare così i raccolti. Si dice che la bora, il ben conosciuto vento triestino, sia causata da streghe del luogo. Nella zona di Brescia due disastri, che hanno causato la perdita di centinaia di alberi, sono attribuiti all’azione di queste streghe. Nella provincia di Belluno impazza la Stria della Diassa, altrimenti detta “strega del ghiaccio“. Padrona degli elementi atmosferici invernali, può scatenare bufere di neve e valanghe. Nessuno ne conosce l’aspetto.
La Vecia barbantana: questa strega arriva dal Veneto e la sua caratteristica, molto temuta dai bambini, è di camminare in continuazione per i centri abitati, catturando i bambini sperduti e nutrendosene.
La Zöbia: si tratta di una tribù si streghe che vive in Lombardia. Il nome potrebbe significare giovedì, poiché è il giorno del loro sabba. Sono anche dette zöbiane o giubbane. Non sembra molto malefica, anzi si limita a entrare nelle case dai camini attendendo il risotto tradizionale, oppure fa sparire i vestiti delle donne, trasformandoli in gomitoli di refe², in modo che esse si ritrovino in strada quasi nude.
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Infine le Madri: il nome, che non dovrebbe ricondurre a esseri demoniaci, si ricollega alle ben note tre madri³ della cinematografia, nei film di Dario Argento. Nel folclore della provincia di Trapani le madri sono streghe brutte, orribili, che hanno occhi gialli e pupille ovali, elemento caratteristico dei gatti. Sono in grado di lanciare malefici e sortilegi e conoscono le arti magiche. In Calabria queste streghe sono conosciute come magare e magarat.
Nomi di donne, nomi di streghe.
Paese che vai, strega che trovi. Nei precedenti articoli sulla Pantàsema, antica figura femminile legata ai riti agricoli della cultura pagana del centro Italia, ho cercato di fornire al lettore qualche notizia in più a completamento del semplice appellativo strega, il cui equivalente è donna saggia. Durante tutto il periodo dell’Inquisizione erano proprio le donne sagge, le donne di potere, che dovevano sparire, e così è stato.
Note:
¹Anguana: creatura legata all’acqua, dalle caratteristiche in parte simili a quelle di una ninfa e tipica della mitologia alpina.
² Refe: Filo molto robusto, ottenuto dall’intreccio di più capi.
³Le Tre Madri: trilogia cinematografica horror italiana. E’ composta dai film: “Suspiria” (1977), “Inferno” (1980) e “La terza madre” (2007) diretti dal regista Dario Argento. Ciascun film tratta di una delle “Madri,” una triade di antiche e malvagie streghe che con i loro poteri possono manipolare gli eventi del mondo su scala globale.
Fonti: I nomi delle streghe sono tratte dall’articolo di Daniele Imperi pubblicato il 22/08/2012 “Stregoneria, streghe e stregheria: le origini, la storia, le tipologie” [divider]

sabato 11 luglio 2020

Ildegarda

Nonostante nel medioevo vi sia una fioritura di fenomeni mistici e di monaci e monache visitati da visioni, furono in realtà rarissimi i casi in cui tali visioni vennero accreditate come veritiere e profetiche, come per Ildegarda. Fra i criteri importanti, allora come ora, l'assenza di narcisismo: Ildegarda non si auto-nomina profetessa e non pubblica il contenuto delle sue visioni fino ai suoi 45 anni, quando le giunge l'ordine esplicito di farlo. Sottopone alle autorità ecclesiastiche le sue parole e attende di essere esaminata dalla commissione nominata dal papa per questo. Ricevuto l'assenso, inizia a dettare pagine e pagine su ogni aspetto dello scibile, dall'astronomia alla medicina, dalla fisica alla teologia, dalla filosofia alla cristalloterapia. In ogni campo, emerge l'aspetto dinamico delle visoni, che le si presentano innanzitutto come immagini in movimento.

Le visioni la accompagnano fin da piccolissima. Come racconta lei stessa:
"Nel mio quinto anno di vita vidi una luce così grande che la mia anima ne fu scossa, però, per la mia tenera età, non potei parlarne...

sabato 25 aprile 2020

Gostanza da Libbiano Diocesi di Lucca 1535 - c. post. 1594

Nel XVI secolo in Toscana l’uso del cognome era ancora limitato alle famiglie dell’élite. Per identificare tutti gli altri si aggiungeva al nome proprio il nome del padre o quello del paese d’origine. Ma nel caso di Gostanza, filatrice, levatrice, guaritrice, indovina e presunta strega vissuta nella Toscana del secondo Cinquecento, seguiremo l’uso dell’unica fonte che ci informa delle sue vicende biografiche, il processo verbale dell’inchiesta inquisitoriale per stregoneria alla quale Gostanza fu sottoposta a San Miniato, nel Ducato di Firenze facente parte della diocesi di Lucca, nel novembre del 1594. «Monna Gostanza da Libbiano» in realtà non era nata a Libbiano e non vi risiedeva al momento dell’arresto. La scelta da parte degli inquisitori di questa località per identificare la donna non fu casuale. Libbiano era infatti il paese nel quale Gostanza si era trasferita una volta rimasta vedova, nel quale aveva cominciato la sua attività di levatrice e guaritrice, conquistandosi una certa nomea. Non è neppure casuale che Gostanza abbia iniziato a dedicarsi in modo “professionale” a questa attività dopo la morte del marito, un evento traumatico che esponeva spesso le vedove a una condizione di solitudine e fragilità economica, premesse dell’emarginazione sociale.
Le ragioni che portarono Gostanza di fronte all’Inquisizione devono infatti essere cercate nella situazione contraddittoria in cui veniva a trovarsi una figura come la sua; nella mescolanza di disprezzo, timore e sospetto con cui veniva considerata dai compaesani e dalle autorità. Gostanza, come molte altre vetulae che assistevano le donne al parto e si dedicavano alla medicina popolare, era una donna sola, marginale, ma tuttavia dotata di un certo potere e di un certo ambiguo prestigio che le derivava delle sue vere o presunte capacità taumaturgiche. Una donna alla quale molti erano spinti a rivolgersi nei momenti di maggiore necessità, come i parti o le malattie. D’altro canto, proprio in virtù di questi poteri, naturali o soprannaturali (la distinzione era all’epoca meno ovvia di quanto oggi non apparirebbe) queste dominae herbarum, erano temute e spesso odiate. Chi sa curare in fondo sa anche far ammalare – “guastare”, come si diceva bambini, uomini, bestie e raccolti – e persino uccidere. Un parto finito male, una malattia che la donna non fosse riuscita a guarire, lasciavano uno strascico di risentimenti e il bisogno di trovare un capro espiatorio.
Inoltre, dal tardo medioevo ma ancor più nell’età della Controriforma e dello sforzo della Chiesa cattolica per sradicare quelle credenze popolari, la guaritrice, prima tacitamente tollerata, era diventata una figura sospetta e l’origine dei suoi poteri veniva attribuita a un patto con il demonio. Anche per la gente comune, dunque, i confini fra conoscenza empirica dei rimedi vegetali, magia bianca e magia demoniaca si facevano fluidi, e il giudizio dell’opinione pubblica su queste donne pericolosamente incerto. Nel corso del processo, ad esempio, il ciabattino Mastro Pasquino dichiarò inizialmente di «conoscere detta monna Gostanza per donna da bene» ma che quando era «ito per sua negotii a Bagno, ha inteso dire che l’è una strega et maliarda». Chi aveva invece le idee chiarissime in materia era il giovane inquisitore francescano Mario Porcacchi, che dalla letteratura sulla stregoneria aveva ricavato un’immagine per lui chiara della natura demoniaca e dei delitti che le streghe commettevano per istigazione del loro signore.
E quest’immagine Mario Porcacchi riuscì ad imporla, anche tramite il ricorso alla tortura, alla sua vittima: la povera Gostanza confessò quindi la partecipazione al Sabba, con le inevitabili sregolatezze alimentari e sessuali, fino al congiungimento carnale con il “Gran Diavolo” e ovviamente i malefici contro compaesani ostili. Un racconto, quello di Gostanza che assomiglia a migliaia di altri in Italia e in Europa, ma con alcuni interessanti scostamenti. Innanzitutto il suo è un Sabba urbano, che non si svolge in remote località di campagna ma in una città «più bella di Firenze, dove ogni cosa è messa a oro». Gostanza vive dopotutto in una delle regioni più ricche e urbanizzate d’Europa. Inoltre, pur ammettendo i connubi con il demonio e i malefici, Gostanza ebbe l’accortezza di non confessare mai quella che per gli inquisitori era la colpa più grave, ovvero l’apostasia, il rinnegare esplicitamente la fede.
A salvarla – perché la sua è stata fortunatamente una storia a lieto fine – contribuì forse anche questo elemento, ma soprattutto il crescente scetticismo e la crescente prudenza della Chiesa cattolica nei confronti della stregoneria. Di questo orientamento, nella nostra vicenda si fece interprete l’inquisitore di Firenze, Dionigi di Costacciaro, intervenuto in un secondo tempo nel processo, che imporrà al suo giovane e intransigente collega di rimettere in libertà Gostanza perché «alla fine s’è veduto che cotesta povera vecchia tutto a detto per tormenti e non è vero niente».
(in foto Liliana Castagnola, attrice)

sabato 15 febbraio 2020

L'Inquisizione, le donne; l'eresia - Corinna Zaffarana

Durante il convegno "Dal Paganesimo al Cristianesimo" che si è tenuto a Miagliano domenica 23 giugno 2019, in provincia di Biella, la scrittrice e ricercatrice Corinna Zaffarana (autrice del libro "Demoni" un'interessante libro da leggere) e direttrice artistica del centro "Cta 102" ha analizzato la lotta alla stregoneria concentrandosi sul ruolo svolto dall'Inquisizione nella creazione di un capro espiatorio, utile per ristabilire l'ordine sociale e per sostenere il sistema distorto di credenze e superstizioni che rendevano la diversità un motivo di sospetto. Visita il sito ufficiale del Festival del Paganesimo, organizzato in memoria di Giovanna de Monduro, una giovane donna vittima dell'Inquisizione nel 1471.

sabato 7 dicembre 2019

Ancora sulla costruzione del Natale cristiano

Laura Fezia
ANCORA SULLA COSTRUZIONE DEL NATALE CRISTIANO
Nel mese di dicembre i Paesi occidentali vengono ipnotizzati dall’imminente celebrazione del Natale. Le aziende e i centri commerciali, addirittura, iniziano ben prima a sbandierare pubblicità di sapore natalizio o a offrire articoli per addobbare la casa, organizzare cene, spendere in regali.
Già: i regali. Sono certamente il piatto forte delle cosiddette “feste”, quello sul quale si fiondano i commercianti per realizzare incassi che, spesso, rappresentano il 90% del fatturato annuale di un piccolo o medio negozio.
Ma l’usanza dei regali di Natale non è un’invenzione recente: come tutto ciò che concerne la più importante festività occidentale affonda le sue radici in un tempo molto lontano.
Abbiamo già visto in precedenza (e chi non sa di cosa stia parlando può andarsi a ripescare i post del 21/11 e del 27/11) come la data del 25 dicembre fu fissata dalla Chiesa per sostituire la celebrazione dei Saturnalia, feste pagane nate intorno al solstizio d’inverno in uso nell’antica Roma dal 17 al 21 dicembre, con un prolungamento fino al 25 per il “Dies Natalis Solis Invicti”.
I Saturnalia traevano il loro nome da Saturno, padre di Giove, che si favoleggiava fosse stato il signore della mitica Età dell’oro. In quel periodo, venivano rivoluzionate tutte le regole sociali: gli schiavi si sostituivano ai padroni, si organizzavano BANCHETTI che spesso si trasformavano in orge, veniva eletto una sorta di “re” della festa che sfilava vestito di rosso ed era simbolicamente sacrificato al termine delle celebrazioni. Inoltre, c’era lo SCAMBIO DI REGALI: sia da parte degli schiavi ai padroni per conquistarne la benevolenza, sia per blandire le anime dei defunti, attirate dai clamori dei festeggiamenti a varcare la soglia che separa il regno dei morti da quello dei vivi.
L’organizzazione di banchetti (che oggi finiscono in una tombolata, più morigerata di un’orgia) e lo scambio di regali, dunque, sono rimasti nella celebrazione del Natale cristiano.
Ma ci sono alcune tradizioni natalizie inventate ex novo per colpire l’immaginario popolare e altre che appartengono a culture del tutto estranee al cristianesimo.
Partiamo dalla più nota, ossia il presepe e per prima cosa chiariamo che il termine non significa «rappresentazione della nascita di Gesù» come la maggior parte del pubblico è indotta a credere, ma – dal latino “praesepe” – vuole dire “mangiatoia/stalla/recinto per gli animali” . E ci hanno anche raccontato che il primo “presepe” fu organizzato da Francesco d’Assisi a Greccio nel 1223. È vero… ma ricordiamo cosa significa “presepe”: nella rappresentazione di Francesco, infatti, c’erano solo la mangiatoia, un bue e un asino, niente Divin bambinello, niente Maria, niente Giuseppe, niente pastori né Re Magi. Tutto il contorno fu aggiunto successivamente, ricordando quale effetto scenografico avevano realizzato coloro che si erano recati ad ammirare il presepe francescano illuminando il set con le fiaccole.
Ma c’erano davvero un bue e un asino a riscaldare il neonato Gesù? Certamente no. Luca, l’unico che parla di una mangiatoia/stalla, non li cita; a maggior ragione non lo fa Matteo, il quale afferma che i Re Magi trovarono il pupo in una casa «con Maria sua madre». Dunque da dove sono spuntati i due animali? Tanto per cambiare, da un’interpretazione di comodo di un passo di Isaia (1,3), che non si è mai sognato di profetizzare la venuta del Messia e da una errata traduzione di un passo del profeta Abacuc (3,2), dove la frase ebraica «nel mezzo del tempo» nella Bibbia dei Settanta era stata tradotta «in mezzo a due animali», confondendo due parole greche quasi identiche (ζωῷον e ζῷον). Di bue e asinello, infatti, si parla nel vangelo dello Pseudo-Matteo e nel protovangelo di Giacomo, due testi apocrifi databili al VIII/IX secolo il primo e al II/III secolo il secondo.
Nel racconto della nascita di Gesù, quella rappresentata – seppur brevemente – nei vangeli di Luca e Matteo, però, c’è un’altra stranezza: si tratta di quel censimento che avrebbe indotto Giuseppe e Maria, incinta al nono mese, a lasciare Nazareth e la Galilea per recarsi a Betlemme, in Giudea, affrontando un viaggio irto di pericoli. Nell’Impero romano i censimenti venivano ordinati per motivi fiscali o militari, ma senza obbligare le folle a spostarsi: era sufficiente rilasciare una dichiarazione a un incaricato locale circa la propria situazione patrimoniale e famigliare. Mai nessun imperatore ne organizzò uno imponendo alla gente di trasferirsi nei rispettivi luoghi di provenienza, per tornare poi nei posti dove aveva preso residenza o domicilio. Luca cita esplicitamente «un editto di Cesare Augusto che ordinava un censimento di tutta la terra» (Lc 2, 1). Tuttavia risulta che Augusto indisse tre censimenti universali: nel 28 a.C., quando ancora non era imperatore, nell’8 a.C. e nel 14 d.C.; sempre sotto il suo regno, furono banditi alcuni censimenti provinciali e ormai è assodato che Luca fa riferimento a quello del governatore Publio Sulpicio Quirino, che riguardò la Siria e la Giudea, avvenuto, però, sei anni dopo la nascita di Gesù. Inoltre, cosa poteva importare ai Romani che Giuseppe appartenesse alla Casa di Davide, una classificazione che interessava strettamente il mondo ebraico? Infine, il censimento di Quirino fu di tipo fiscale, riguardò, cioè, non le persone, ma i loro beni: Giuseppe possedeva forse delle proprietà a Betlemme che era necessario censire? In tal caso, ossia se fosse stato un ricco possidente, avrebbe forse avuto la possibilità di viaggiare e alloggiare più comodamente, soprattutto con una moglie alle soglie del parto ed è anche curioso che la coppia abbia intrapreso il lungo cammino da sola, senza aggregarsi a una carovana, come era consuetudine dei viaggiatori per evitare gli assalti dei predoni.
Insomma: il Natale cristiano è stato costruito ad arte non solo per sostituire i Saturnalia, ma anche per provocare nel gregge quel senso di colpa evocato da un bambino che nasce «in una grotta al freddo e al gelo» dopo che ai suoi genitori era stato negato il conforto di un alloggio. L’apoteosi di questo quadretto di sofferenze avverrà a Pasqua con la crocifissione.
Ci sono molti altri particolari del Natale cristiano che non tornano: ma, come sempre, questa è un’altra storia che racconterò in seguito.

Dal Malleus Malleficarum


Una delle tecniche di tortura in voga presso Santa Romana Chiesa, nel periodo che va dal 1480 al 1650, inflitte alle streghe ed agli eretici, consisteva nel prendere un topo vivo e di inserirlo nella vagina o nell’ano con la testa rivolta verso gli organi interni della vittima e spesso, l’apertura veniva cucita. La bestiola, cercando affannosamente una via d’uscita, graffiava e rodeva le carni e gli organi dei suppliziati.

lunedì 4 novembre 2019

Il Concilio Namnetense







" Che gli alberi siano bruciati." Parola di papa.
Cosa si prova a stare davanti ad un gigante della Natura antico di migliaia di anni? Quale salutare messaggio di energia cosmica potrebbe portarci un albero, la cui vita ha avuto origine nei tempi remoti? Mille o diecimila anni sono un tempo lunghissimo eppure per alcuni alberi sono un tempo normale. Hanno la possibilità di vivere infinite stagioni accumulando saggezza, la loro essenza è incorruttibile, la loro presenza vitale. Così ragionavano i popoli antichi, i cui ritmi di vita erano in sintonia con la Natura. I boschi appartenevano per lo più alle divinità femminili, custodi della fertilità.
Plinio il vecchio, il naturalista romano, (morto nella distruzione di Pompei) nella sua opera Naturalis Historia, ci racconta della presenza di foreste incontaminate e dei grandi alberi che le abitano. Perché oggi non abbiamo più in tutta Europa un albero millenario? Cosa è successo?
Nel seicentocinquattotto, per ordine di Papa Vitaliano, viene convocato nella città di Nantes il primo di tanti concili, il suo nome è passato alla storia come concilio namnetense. Al tempo di questo evento, sono trascorsi quasi tre secoli dal terribile editto di Tessalonica, promulgato dall’imperatore Teodosio, il “cunctos populos” che così recita:
- Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all'insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste.
DATO IN TESSALONICA NEL TERZO GIORNO DALLE CALENDE DI MARZO, NEL CONSOLATO QUINTO DI GRAZIANO AUGUSTO E PRIMO DI TEODOSIO AUGUSTO »
Il concilio a Nantes è riunito per discutere, come togliere di mezzo le ultime tracce di paganesimo che, nonostante le terribili persecuzioni, messe in atto dall’editto e perfezionate dai successivi decreti, dove: “ nulla deve essere fatto contro o senza l’autorità della chiesa romana “, continua ad essere vivo e come un piccolo lume, tra mille difficoltà e rischi, tiene accesi i principi della ragione insieme al rispetto per la Natura.
Viene emanato un ordine: - Si diano alle fiamme, in tutto l’impero, i boschi che i pagani considerano sacri, si vada a caccia degli alberi millenari, che siano arsi vivi. Gli alberi sono consacrati dai pagani ai demoni.
Dopo la sistematica e brutale distruzione dei templi, delle statue, delle biblioteche, si passa all’incendio dei boschi e alla eliminazione degli alberi, scelti tra i più longevi, alcuni hanno mille, duemila, persino novemila anni di età, sono i testimoni silenziosi di un tempo remoto, hanno nelle loro cellule vive la memoria di tutto ciò che è successo, per questo sono adorati. Come potrebbero non suscitare rispetto e venerazione?
Che dire? La violenza è sempre frutto dell’ignoranza e affinché non si ripeta bisogna opporre la conoscenza. E’ doveroso indagare la realtà.
Annamaria Beretta
P.S.: Non solo Gesù non è morto sulla croce ma sembra che Pietro a Roma non ci abbia mai messo piede. Non conosceva né il greco né il latino…

sabato 7 settembre 2019

Il Malleus Maleficarum



Fra il 1227 e il 1235 una serie di decreti papali instaurò l’Inquisizione con lo scopo di reprimere le azioni malvagie di streghe ed eretici. La bolla "Ad extirpanda" del 1252 di Papa Innocenzo IV autorizzò l’uso della tortura per estorcere confessioni di stregoneria da parte delle persone "ragionevolmente sospettate".
Dal 1257 al 1816  l’Inquisizione torturò e uccise molte migliaia di persone (si pensa milioni) innocenti accusate di eresia contro i dogmi religiosi e giudicate in base a confessioni estorte col terrore della tortura. Se confessavano erano dichiarate colpevoli, se invece non lo facevano erano considerate eretiche e passavano giorni atroci di continue torture finchè morivano o rimanevano invalide a vita. Spesso poi quelle che resistevano anche alla tortura venivano arse lo stesso sul rogo con un'altra accusa, solitamente di stregoneria. Era praticamente impossibile sfuggire alla propria sorte.
Si stima che nei tre secoli più attivi, dalla metà ‘400 al '700, furono sterminati 9 milioni di innocenti, e la cosa peggiore è per l’80% si trattava di donne e bambine. I loro beni venivano confiscati al momento dell’accusa e l’intera famiglia di riflesso veniva spodestata di ogni bene. 
Gran parte delle accuse erano dovute al desiderio di impossessarsi dei soldi di un proprietario terriero, oppure di eliminare una persona scomoda, o ancora per invidia. Le accuse erano le più disparate: stregoneria, provocare le tempeste e le carestie, essere indovini, essere guaritori manipolati del diavolo, praticare riti funerari non cristiani, ecc.. Ogni attività in contrasto con la Chiesa veniva utilizzata per accusare uno sventurato.
Il Malleus Maleficarum fu compilato e scritto da due monaci inquisitori domenicani, Heinrich Kramer e Jacob Sprenger, che nel testo sostenevano di avere ricevuto poteri speciali per processare le streghe in Germania per ordine di Papa Innocenzo VIII con un decreto papale del 5 dicembre 1484.
I giudici di allora, con il manuale del Malleus davanti, incriminavano il sospettato secondo il principio per cui "il reo deve accusarsi da solo e se non lo fa volontariamente qualsiasi mezzo è lecito". Uno dei metodi più utilizzati per attuare i principi del manuale era buttare in acqua colui che era ritenuto colpevole con un masso legato al collo; se affogava (ma guarda un po’!) era connotazione di colpevolezza e di peccato, se restava a galla era un indemoniato e pertanto andava giustiziato sul rogo.
In quei tempi l’Inquisizione trasformò il Malleus Maleficarum in una vera arma nelle sue mani, istituendo un regno di terrore su tutto il territorio europeo.
Le regole erano molto semplici: ogni processo in cui avessero giurato due o più testimoni veniva considerato valido e giusto e non importava investigare se i testimoni erano effettivamente a conoscenza dei fatti o meno. Bastava semplicemente che affermassero qualcosa che conducesse a screditare malcapitato. Immaginate quindi come ci si procurava i testimoni al tempo: minacce, o più spesso indulgenze o ricompense in denaro; a volte addirittura erano loro stessi accusati, ma si dava loro quella come una via di salvezza, ovvero accusare un altro per salvarsi la pelle.
Le domande trabocchetto prosperavano in ogni interrogatorio, architettate allo scopo di ingannare il presunto reo e mettere in condizioni i testimoni di rispondere secondo prassi.
Per fare un esempio di questi trabocchetti pensate a domande del genere:

«Voi credete al demonio, alle fatture e alla possessione?»
«No, non ci credo!» (un sì avrebbe concluso il processo già qui)
«Dunque per voi le donne bruciate sono state condannate di stregoneria ingiustamente?»

La risposta che dava la sciagurata di turno a questo punto non aveva più nessun valore, perché la colpevolezza era stata accertata dalla prima replica, dal fatto che non credere nella stregoneria trasformava il tutto in vera eresia.
Quando una strega veniva riconosciuta e posta agli arresti venivano prese varie precauzioni affinchè non potesse più nuocere e i suoi poteri venissero azzerati:
- le veniva negato di calpestare il suolo terreno per non aver contatti con Satana, il cui regno era risaputo dimorare negli abissi della terra, e veniva posta in una cesta e sollevata da un’asse;

- quando ’ella era di fronte al Giudice supremo doveva essere presentata di spalle, così da evitare ogni possibile tentativo di contagio con gli occhi;

- i magistrati stessi ordinavano alle guardie di non avvicinarsi alle sospettate per non venire a contatto con la loro carne infetta;

- i giudici più superstiziosi portavano al collo dei sacchetti contenenti erbe benedette e sale consacrato nella domenica delle palme, il tutto sigillato con una speciale cera. 
La paura era il grande alleato degli inquisitori e in parecchie situazioni vanificava l’uso della tortura stessa. Il Malleus consigliava ai magistrati che l'accusato fosse denudato e, se femmina, che fosse condotta in galera e lì denudata da donne pure e illibate per ammansire la sua mente e imprimerle la consapevolezza dei suoi peccati.
Il Malleus Maleficarum è infatti stato scritto come un manuale dal duplice insegnamento:

- quello che conoscono tutti, ovvero metodi corporali per esortare il presunto eretico o presunta strega a confessare i suoi crimini (la tortura): normalmente bastavano questi "accorgimenti" a costringere un prigioniero a confessare qualunque reato gli si volesse imputare;

- quello psicologico, ovvero giocare sulla psiche del malcapitato e obbligarlo a confessare di sua spontanea volontà: nei primi decenni la tortura portò alla morte di moltissime persone, ma molte di queste fino alla fine rifiutarono di ammettere i peccati che non avevano commesso; la Chiesa sapeva bene che così facendo la sua dottrina sarebbe stata messa in discussione e le vittime sarebbero state viste come martiri. Ecco perchè nelle successive pubblicazioni del manuale si inserirono tecniche per incutere timore (in realtà vero e proprio terrore) nei prigionieri, giocando sui loro affetti, sulla loro credibilità, sui loro dubbi e soprattutto sulla loro ignoranza.

Caccia alle streghe...



Si stima che nei tre secoli più attivi, dalla metà del ‘400 al '700, furono sterminati 9 milioni di innocenti, e la cosa peggiore è per l’80% si trattava di donne e bambine. I loro beni venivano confiscati al momento dell’accusa e l’intera famiglia di riflesso veniva spodestata di ogni bene. 
Gran parte delle accuse erano dovute al desiderio di impossessarsi dei soldi di un proprietario terriero, oppure di eliminare una persona scomoda, o ancora per invidia. Le accuse erano le più disparate: stregoneria, provocare le tempeste e le carestie, essere indovini, essere guaritori manipolati del diavolo, praticare riti funerari non cristiani, ecc.. Ogni attività in contrasto con la Chiesa veniva utilizzata per accusare uno sventurato. Da qui viene l'enorme patrimonio immobiliare della Chiesa.

domenica 19 maggio 2019

La bolla papale "Ad extirpanda": torturare è lecito.


Il15 maggio 1252 papa Innocenzo IV, nell' ambito della lotta ai movimenti ereticali che furoreggiavano in quel XIII secolo (come per esempio quello della mistica protofemminista Guglielma la Boema, che predicava in Milano),  emana la bolla "Ad extirpanda". Con questa bolla il papa autorizza il ricorso alla tortura per estorcere confessioni ai sospetti di eresia, categoria che includeva non solo gli eretici in senso stretto, ma anche coloro che seguivano altre fedi o tradizioni: gente come i catari od i valdesi ma anche streghe, guaritrici, herbane...
Il nome della bolla viene da uno dei suoi passaggi iniziali, dove si legge 《Ad extirpanda de medio populi christiani haereticae pravitatis zizania...》ovvero 《Per estirpare la diffusione nel popolo cristiano della maligna perversione eretica...》 e la sua emanazione segue di poco  e non casualmente l'assassinio dell' inquisitore generale di Milano Pietro da Verona, che il 6 aprile era stato ucciso a roncolate in testa nel bosco di Farge a Seveso (Milano) da cittadini comuni e catari esasperati dalla sua spietatezza - per divenire poi santo taumaturgo contro l'emicrania. Era insomma in corso quasi una guerra e non sarebbe del tutto sbagliato dire che le radici della nostra cultura sono cristiane perché se ne avevi altre le bruciavano

(In foto dal web: raffigurazione della diffusissima tortura detta "del tratto di corda" e considerata (dagli inquisitori) lievissima: le braccia venivano legate dietro la schiena ed ai polsi era collegata una fune tesa da una ruota, girando la quale il malcapitato veniva sollevato da terra con conseguente immediata lussazione delle spalle. Ulteriore aggiunta potevano essere i "tratti" ovvero lasciar andare all' improvviso un tratto di corda cosicché la vittima, precipitando ma senza toccare terra, subisse ulteriori dolorisissimi strappi, resi ancora peggiori dall'aggiunta di pesi ai piedi)

mercoledì 24 aprile 2019

I Catari - i primi vegani della storia


A dire di alcuni cronisti ed esponenti della prima Chiesa cristiana le antiche comunità osservavano l’astinenza dalla carne. Egisippo dice che molti esseni, che erano rigorosamente vegetariani, divennero cristiani, col nome di Ebioniti o Nazirei e che transitarono nel cristianesimo influenzandone la condotta. Eusebio di Cesarea dice che tutti gli apostoli erano vegetariani, S. Clemente Romano asserisce che Pietro mangiava solo pane, olive e un po’ di verdura, S. Girolamo afferma che nei primi secoli i veri cristiani si astenevano dalla carne e che coloro che mangiavano la carne facevano parte della chiesa corrotta, e Tertulliano diceva che nei primi secoli i cristiani non toccarono mai la carne.

Ma la corrente vegetariana che si era sviluppata all’interno del cristianesimo primitivo trovò l’opposizione della Chiesa che considera eretici i suoi seguaci fino alla loro persecuzione e l’annientamento di intere loro comunità, come nel caso dei Càtari (Albigesi o Patarini).


A mano a mano che i ricchi entrarono nella gestione della religione la Chiesa si distaccò dallo spirito originale e venne a generasi una demarcazione tra lo spiritualismo primitivo cristiano, caratterizzato da austerità di costumi dei primi cristiani, e la Chiesa ufficiale che divenne potente, guerrafondaia, corrotta, spietata verso chiunque interferiva con le sue regole. Le regole dell’astinenza della carne furono bandite per favorire l’apertura della nuova religione non solo ai ricchi e all’imperatore Costantino ma alla popolazione pagana. Iniziarono le persecuzioni verso i vegetariani considerati eretici e nel 385 con lo sterminio del vescovo Priscilliano ed i suoi seguaci si decretò la fine alla corrente vegetariana all’interno della Chiesa cattolica.


imagesQuando intorno al X secolo in Europa vi fu un generale risveglio spirituale nel desiderio di tornare alla semplicità di vita e alle regole delle prime comunità cristiane, si sviluppò il movimento vegan più grosso della storia, il Catarismo dal termine greco che significa “puro”. Questo movimento si sviluppò nel sud della Francia, in Italia, in Germania, in Bosnia, Serbia, Bulgaria, nell’impero Bizantino. I Catari si rifacevano al messaggio di Cristo; erano asceti, pacifisti, digiunatori, rifiutavano il matrimonio e la procreazione, non possedevano ricchezze, professavano la dottrina dualista e predicavano un’assoluta purezza di vita; condannavano tutto ciò che è carnale e terreno, compreso il matrimonio, la proprietà privata, l’uso delle armi; erano poveri, semplici, casti, vestivano un abito nero ed andavano scalzi. Rispolverarono antichi testi gnostici, scrissero vangeli in lingua volgare e pare che fu proprio la lettura di questi testi a portare S. Francesco verso la sua dottrina ecologica. Per i Càtari essere vegan era la condizione per diventare “perfetti” e faceva parte del giuramento che doveva prestare l’adepto”…Bisogna che facciate a Dio la promessa che non commetterete mai omicidio, che mai volontariamente mangerete formaggio, latte, uova, né carne di qualunque animale…”.  


I Càtari si dividevano in due categorie, i “perfetti” che erano vegan, cioè i capi di questa setta religiosa, e i “semplici” che ancora non lo erano; La loro diffusione e la conversione delle masse al catarismo fu vastissima al punto da suscitare l’avversione della Chiesa che li perseguitò in tutta Europa fino a sterminarli con roghi e impiccagioni. Il modo di identificare un càtaro da parte degli inquisitori era ordinargli di uccidere un animale: coloro che si rifiutavano salivano sul patibolo.


Così nel 1209 per ordine di Innocenzo III (il papa che strappava i denti ad uno ad uno agli ebrei che non pagavano le tasse, il papa che quando i francesi avevano minato il suo regno d’Inghilterra disse: “Spada, spada esci dal tuo fodero e semina sterminio”, il papa che prometteva il paradiso a chi avesse ucciso un albigese, cioè un càtaro) ordì una vera crociata contro i Càtari, affidata ai domenicani e condotta dal cavaliere Simon de Montfort che fu autorizzato a sterminare più gente che poteva senza fare prigionieri. E quando i crociati chiesero al legato papale prima dell’invasione della città di Bézieres come avrebbero distinto i càtari rispose “Uccideteli tutti, li riconoscerà Dio”. Ci furono 20.000 vittime e la città fu distrutta. A Minerve 140 Catari furono spinti sulle fiamme di un’enorme catasta di legna; alcuni perfetti si gettarono senza essere spinti e senza un urlo di dolore. A Lovaur altri 400 perfetti furono bruciati su un’enorme pila. Il papa, informato di ogni tappa della crociata in una lettera a Monfort scrisse: “Sia lode e grazie a Dio per ciò che ha operato nella sua clemenza contro i suoi nemici pestilenziali” .


            I pochi superstiti si rifugiarono nelle grotte o nei boschi da dove partivano per predicare e convertire la popolazione della Catalogna fino a circa il 1244 quando gli ultimi 220 catari rappresentanti del Catarismo rifugiatisi nel castello di Montsegar vicino Tolosa, furono arsi al rogo decretando la fine del movimento càtaro in Europa. Anche S. Luigi Gonzaga diede il suo contributo organizzando nel 1229 un’inquisizione per eliminare il catarismo dalla Francia. Dopo 20 anni di guerra per estirpare i Catari i morti furono più di un milione.


            Da allora, e per secoli, la Chiesa vedrà in tutti coloro che per scelta etica rinunciassero a mangiare la carne, un focolaio di eresia da ostacolare con ogni mezzo. La Chiesa con tali estremi tentativi di opporsi alla diffusione del veganismo e del vegetarismo confermava la sua antica posizione sancita in 4 differenti Concili in cui proibiva al clero l’astinenza dalla carne pena la destituzione dei pubblici ministeri. Nel Concilio di Ancyranum del 314 viene ribadita la ferma decisione di allontanare i religiosi che rifiutavano di mangiare la carne; nel Concilio Gangrense del 324 la Chiesa ritorna sullo stesso argomento per neutralizzare le molte tendenze in rispetto della vita degli animali; nel Concilio di Braga del 577 viene dichiarato da papa Giovanni XII che se qualcuno giudica immonde le carni che Dio ha dato all’uomo per nutrirsi e non perché desidera mortificarsi, si astiene dal mangiare queste carni, su di lui anatema; nel Concilio di Aquisgrana dell’816 viene stabilito che chi non osserva le regole della vita pratica deve essere allontanato dall’ordine religioso; i membri del clero che aborriscono le carni, perfino gli ortaggi che si cuociono insieme ad esse, devono essere allontanati dall’ordine.


            E mentre in Europa va spegnendosi l’ascetismo spirituale cristiano il veganismo resta circoscritto nei monasteri che da vegan diventano vegetariani, poi con la conquista musulmana dei territori mediterranei l’ascetismo cristiano viene ereditato dalla religione islamica che trova nel Sufismo la corrente più rappresentativa. Oggi il veganismo a buona ragione può essere considerato come la versione moderna del Catarismo con i suoi aspetti più o meno etici, sociali, religiosi o spirituali.


Fonte: http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=6757%3Ai-catari-il-pi%C3%B9-grande-movimento-vegan-occidentale

lunedì 18 febbraio 2019

Paese che vai, Strega che trovi.



La strega si manifesta sotto varie forme e assume nomi e caratteristiche differenti in base alle località in cui vive. Ogni regione d’Italia possiede un proprio folclore e conferisce alle streghe i nomi più disparati, contribuendo a creare per queste creature una famigliola popolosa e variegata. Spesso per esorcizzare le nostre paure sentiamo il bisogno di rappresentarle, nella speranza che passino. Il mistero, ma anche l’ignoranza, che circonda questa immagine di donna-strega fa ancora molto discutere. In passato tutte le negatività erano imputate alle streghe: per spaventare i bambini: “attenti alla strega!”; per gli uomini potenti: “sortilegio di strega!”. Non dimentichiamo, però che “la strega” è anche una donna, una donna volutamente raffigurata con sembianze repellenti… Ma, in realtà, chi era la Strega? In Calabria e in Basilicata incontriamo le Abitatrici dei campi che rapiscono i bambini dalle culle e li nascondono nei tronchi delle querce. La loro natura non è ben chiara e alcuni le definiscono Fate. In Sicilia sono presenti le Animulari che hanno venduto la loro anima al diavolo; con opportuni unguenti e formule magiche passano attraverso le fessure di porte e finestre. Di notte volano azionando l’arcolaio. Il loro nome deriva dal termine dialettale anunulu, che significa arcolaio. Le Bàzure sono nei dintorni di Savona: vengono chiamate anche streghe marinare, perché possono sia navigare durante le tempeste che scatenarle, rovinano la farina per il pane nei mulini, il vino nelle botti e rapiscono i neonati per succhiargli il sangue. Le Bele butèle sono molto avvenenti quando si mostrano nell’aspetto umano. In realtà hanno zampe caprine o equine, braccia di scimmia e orecchie lunghe Le Beate donnette sono popolari nelle province di Trento e Vicenza e talvolta vengono scambiate per le Fate traendo in inganno. Le Bele butèle, proprie della tradizione veneta (come le Beate donnette), hanno un nome che inganna gli incauti e sono molto avvenenti quando si mostrano nell’aspetto umano. In realtà la loro natura è ben diversa: hanno zampe caprine o equine, braccia di scimmia e orecchie lunghe. Le bele butèle vanno in cerca di uomini che si attardano la sera prima di rincasare, dopo l’Ave Maria. È in quell’ora che sono pericolose. Bambini e donne, quando in casa non sono presenti gli uomini, corrono un pericolo maggiore perché possono essere prelevati e scannati. Le Genti beate è un altro nome delle streghe che trae in inganno. Sono diffuse nel veronese e qualcuno le ascrive alla famiglia delle Fate, più precisamente alle anguane¹. Vivono nelle grotte e si riuniscono la notte per tenere i loro concili. Vanno a caccia di serpenti, uccelli e caprioli, di cui si nutrono. Per qualcuno si tratta perfino di spiriti, che vivono nei pressi delle sorgenti. Le Cogas sono streghe della tradizione sarda. Una coga è la settima figlia in una famiglia in cui sono nate sette femmine. La leggenda la vede volare a cavallo di una scopa e succhiare il sangue dei neonati. Può persino trasformasi in una mosca per entrare nelle case. Per combattere le cogas è sufficiente lasciare un abito rovesciato nella stanza in cui il bambino dorme. Nel caso si avvertisse l’arrivo della strega, simile al rumore della caldaia battuta, era sufficiente rovesciare un indumento e la coga cadeva a terra nuda. Ad Agosto, in provincia di Cagliari, viene celebrata una festa in suo onore, che dura tre giorni. Delle cogas esiste anche la versione maschile, i cogus. Le Gatte masciare possono trasformarsi in gatti e girovagare per la città di notte operando i loro malefici. Le Gatte masciare si trovano a Bari, possono trasformarsi in gatti e girovagare per la città di notte operando i loro malefici. Al tramonto, si dice, queste donne si ungono di olio masciaro, che permette loro di potersi gettare nel vuoto dai tetti delle case, e volare. Ecco dunque che ritorna l’unguento come uno degli strumenti magici delle streghe. Il termine masciaro sembra derivi dal latino megaera, da cui appunto proviene il nostro megera, che significa strega, maga. C’è un piccolo collegamento fra le gatte masciare pugliesi e le cogas sarde: se un uomo era convinto che un gatto fosse in realtà una strega, poteva recitare una formula magica e il gatto si sarebbe immediatamente trasformato in una donna nuda. I masciari erano coloro i quali si erano venduti al demonio e potevano così entrare in possesso di poteri straordinari. Le Janare sonno terribili streghe della Campania, brutte e con lunghe zanne di cinghiale. Nei pressi di Caserta esiste il monte Ianaro, che da loro ha preso il nome. Vestono con un mantello nero macchiato di sangue. Diventando vento potevano penetrare nelle fessure delle finestre; si dice che rubassero asini e cavalli nelle stalle riportandoli all’alba stremati. Il nome probabilmente deriva da Dianare, le sacerdotesse di Diana. L’elemento che accomuna queste creature è l’acqua. Le Lavandaie hanno diverse appartenenze: possono essere fate, ma anche fantasmi. In alcuni casi si tratta però di streghe. L’elemento che accomuna queste creature è l’acqua. Sono donne viste nei pressi di una sorgente a lavare panni. Si fanno aiutare dai viandanti incauti, che sono così costretti a strizzare i panni finché si ritrovano spezzate le ossa delle braccia. Le streghe lavandaie possono anche rapire bambini dalle case e la loro sorte è in questo caso peggiore, perché le piccole vittime sono sbattute sulle rocce in continuazione, come fossero delle lenzuola. Questa leggenda è propria della penisola d’Istria. Le Masche: la tribù di queste streghe è attiva in Piemonte, ma ve ne sono tracce anche in Lombardia e Liguria. Il termine sembra di origine celtica. Contro i malefici e le fatture delle masche si usavano diversi rimedi, come alcune gocce d’acqua nel latte o sale benedetto nel burro o foglie di ulivo benedetto nelle sorgenti. La Missuia è una strega particolare, perché ha la facoltà di trasformarsi in scrofa. Con sé ha dodici maialini, uno per ogni mese dell’anno. È una strega che si trova in Svizzera, ma che può anche comparire in Italia. Si limita a fare baccano con la sua dozzina di figli e a cantare in coro. Le Tempestare controllano gli agenti atmosferici e sono proprie di tutta la nostra penisola. Le Tempestare sono proprie di tutta la nostra penisola e si tratta di streghe e stregoni, che hanno ormai da tempo imparato a controllare gli agenti atmosferici. Possono procurare bufere, tempeste, grandinate e rovinare così i raccolti. Si dice che la bora, il ben conosciuto vento triestino, sia causata da streghe del luogo. Nella zona di Brescia due disastri, che hanno causato la perdita di centinaia di alberi, sono attribuiti all’azione di queste streghe. Nella provincia di Belluno impazza la Stria della Diassa, altrimenti detta “strega del ghiaccio“. Padrona degli elementi atmosferici invernali, può scatenare bufere di neve e valanghe. Nessuno ne conosce l’aspetto. La Vecia barbantana: questa strega arriva dal Veneto e la sua caratteristica, molto temuta dai bambini, è di camminare in continuazione per i centri abitati, catturando i bambini sperduti e nutrendosene. La Zöbia: si tratta di una tribù si streghe che vive in Lombardia. Il nome potrebbe significare giovedì, poiché è il giorno del loro sabba. Sono anche dette zöbiane o giubbane. Non sembra molto malefica, anzi si limita a entrare nelle case dai camini attendendo il risotto tradizionale, oppure fa sparire i vestiti delle donne, trasformandoli in gomitoli di refe², in modo che esse si ritrovino in strada quasi nude. Infine le Madri: il nome, che non dovrebbe ricondurre a esseri demoniaci, si ricollega alle ben note tre madri³ della cinematografia, nei film di Dario Argento. Nel folclore della provincia di Trapani le madri sono streghe brutte, orribili, che hanno occhi gialli e pupille ovali, elemento caratteristico dei gatti. Sono in grado di lanciare malefici e sortilegi e conoscono le arti magiche. In Calabria queste streghe sono conosciute come magare e magarat. Nomi di donne, nomi di streghe. Paese che vai, strega che trovi. Fonti: I nomi delle streghe sono tratte dall’articolo di Daniele Imperi pubblicato il 22/08/2012 “Stregoneria, streghe e stregheria: le origini, la storia, le tipologie”

sabato 2 febbraio 2019

La Biblioteca di Alessandria


I primi ad incendiare la Biblioteca di Alessandria sono stati i cristiani al soldo di Cirillo che per questo infame disastro e per l'uccisione della filosofa e astrologa Ipazia Di Alessandria è stato dichiarato "dottore della Chiesa"

Creata nel 331 a.C., pochi anni dopo la fondazione della città da parte di Alessandro Magno, la biblioteca di Alessandria era destinata ad accogliere tutte le opere del sapere umano, di ogni epoca e di ogni Paese.

A metà del III secolo a.C., sotto la direzione del poeta Callimaco di Cirene, si pensa che la biblioteca ospitasse circa 490.000 volumi, e che fossero molti di più due secoli più tardi. Si tratta di cifre discusse, alle quali calcoli più prudenti tolgono uno zero.

Tuttavia, ci rendono l'idea della portata del disastro culturale rappresentato dalla completa distruzione di questi volumi, la cui causa è ancora oggetto di dibattito fra gli storici.

(Incisione raffigurante l'incendio che distrusse probabilmente parte della biblioteca nel 47 a.C., durante la guerra fra Cleopatra e suo fratello, 1876)

mercoledì 16 gennaio 2019

I sabba di Benevento



Nel VI e VII secolo i Longobardi costituirono il Ducato di Benevento e portarono con loro la tradizioni di riunirsi fuori dalle città, intorno ad un albero sacro, albero di noce, da cui pendeva una pelle di caprone; qui si avevano corse e balli sfrenati. La cosa fu sempre considerata demoniaca dai Cristiani tanto da far abbattere l’albero. Più tardi ai guerrieri longobardi si sostituirono delle donne che venivano considerate malefiche.

Non sappiamo cosa avvenisse realmente durante questi incontri, ma è probabile che il Cristianesimo, per una ragione o per un’altra, vi abbia visto il diavolo in questi “riti”.

Quel che sappiamo è che a Benevento, ancora nel Medioevo, si celebravano riti risalenti al periodo dei Longobardi. Vicino all’albero di noci, che quell’antico popolo utilizzava per i lori riti pagani, le streghe medievali svolgevano i loro sabba. Esse affluivano qui da ogni regione, ognuna accompagnate dal proprio demone.

La Fossa delle Streghe di Cerreto Sannita, dove vennero cacciati i diavoli dopo essere stati sconfitti da San Michele, streghe e demoni si incontravano ogni venerdì; e ogni venerdì notte, le streghe si incontravano anche nel centro del rione Mercatello. Esse continuarono a riunirsi e a celebrare le loro feste attorno ad altri alberi, almeno fino al XVII secolo.

D’altronde, la città fu sempre legata in qualche modo alla magia tant’è che il suo nome in origine era Maleventum (forse da “malìa”, ovvero ,”magia”). Furono i Romani a ribattezzarla Beneventum, in seguito alla loro vittoria contro re Pirro, nel 275 a.C.

A Benevento le streghe inquisite furono centinaia, molte di queste vennero condannate a morte

Esodo 22,17 << Non lascerai vivere una strega >>


Esodo 22,17 << Non lascerai vivere una strega >>

in origine in realtà era: << Non lascerai vivere chi opera nell'oscurità e mormora cose >>

Basta questo a far comprendere l'accanimento che la Chiesa adottò verso le streghe che, pur essendo una loro ideazione per come oggi le conosciamo, dovevano esistere per tutta la popolazione, terrorizzandola, la "caccia alle streghe" era una vera politica del terrore! Andava non solo architettata la figura, ma anche le gesta che queste donne spregevoli compivano.

Come nasce il sabba delle streghe.

Nulla viene inventato, quelle che erano radicate tradizioni popolari vengono manipolate ed ecco che " Il Gioco di Diana ", festa che fino al Medioevo indentificava il gruppo di Sacerdotesse che si riuniva a cantare, ballare, propiziando abbondanza e protezione per la comunità e apprendendo l'Arte , assumerà nuovi ed inquietanti connotati.

Nel XII secolo tale festa, non più tollerata dalla Chiesa, venne bollata come demoniaca, nascerà il Sabba, nome formatosi dall'alterazione del termine ebraico Shabbat, tale espressione compare per la prima volta in un processo del 1446 in Francia.

Non è ancora chiaro agli storici moderni come il copione esatto del Sabba si sia man mano stabilito, nei processi vengono infatti registrate testimonianze identiche, o quasi, difficile resta stabilire se tali particolari venissero confessati spontaneamente dalle poverette convinte di averli vissuti, magari sotto allucinogeni, o se queste non confermassero sotto tortura semplicemente quello che loro veniva messo in bocca dalle domande incalzanti degli inquisitori.

Il Sabba si svolgeva prettamente nella notte tra il Sabato e la Domenica.

Le streghe vi giungerebbero nude volando a cavallo di scope o animali dopo essersi cosparse di unguento. Giunte sul luogo prestabilito, in Italia luoghi famosi di tali ritrovi sono Triora o il Noce di Benevento, ad attenderle troverebbero il Diavolo!

La sceneggiatura rigidamente stabilita prevedeva a questo punto che le streghe baciassero il sedere o i genitali di Satana che presiederà poi la riunione seduto su di un trono intagliato nel legno. Per prima cosa le adepte rinnegheranno la loro precedente religione, calpestando ostie consacrate e crocifissi, bestemmiando ed adorando Satana, in cambio queste riceverebbero il suo Marchio, simbolo che gli inquisitori cercano poi ossessivamente durante i processi.

Non mancava poi l'orgia, ricca di particolari in cui si arrivava persino a descrivere il seme di Satana freddo come il ghiaccio! Prima di concludere il tutto con un ballo sfrenato era previsto un banchetto.

Al canto del gallo il Diavolo distribuiva i poteri ai partecipanti così che, tornando a casa, potessero operare malefici tra le loro genti. Purtroppo ancora oggi questo si crede essere la realtà della stregoneria, le origini dell'Antico Culto sono state spazzate via da un buio Medioevo.

Nel Malleus, che gli inquisitori consultavano, si trova scritto:

 << Tutta la stregoneria deriva dalla lussuria della carne, che nelle donne è insaziabile >>

 In tali affermazioni ed ossessioni per le donne si intravede oggi una proiezione della colpevolezza di una Chiesa allora all'apice della corruzione. Il clero fornicatore, dedito al peccato dell'incontinenza sessuale, moralmente debole ed ossessionato dal peccato, scagliava contro le streghe tutte le sue colpe e vergogne.

Matteuccia Di Francesco

Uno dei primissimi processi è quello svoltosi a Todi, nel 20 Marzo 1428 nei confronti di Matteuccia di Francesco, processata perché reputata per pubblica fama una maliarda, definita con il termine incantrix e accusata di ben 30 capi d’accusa. A lei si rivolgevano, secondo il dossier, cittadini provenienti da tutto il contado, da Todi, Orvieto, Spoleto, in particolare per ottenere elisir d’amore o per impedire o favorire una gravidanza.

“…una certa donna di nome Catarina del Castello della Pieve per averne un rimedio per non rimanere incinta, non essendo ancora sposata ed avendo coabitato varie volte con un certo presbitero…e temeva che poteva verificarsi il caso di rimanere incinta…la detta Matteuccia disse di prendere un’unghia di mula, di bruciarla e ridurla in polvere e di bere detta polvere mescolata al vino, dicendo queste parole, cioè: io te piglio nel nome del peccato, et del demonio maiure, che non possa mai appicciare più…” Negli incartamenti si narra di come la donna, attraverso l’uso di particolari unguenti, potesse trasformarsi in gatta, la “masipula conversa”, dal termine latino musio poi erroneamente tradotto dal Mammoli, che ne riscopre il documento, con il termine di mosca. La trasformazione in gatto non è casuale, l’animale è infatti il famiglio delle streghe per eccellenza.  Molti sono i racconti popolari che narrano di ferite inferte da contadini ai gatti notturni poi ritrovate, il giorno successivo, sul corpo di alcune donne del paese.
Ma soprattutto appare per la prima volta il tema del volo al noce di Benevento, una storia che tristemente diventerà un punto fisso delle confessioni da tortura, Matteuccia sarà la prima strega ad esser condannata per il volo stregonesco corporalier “unguento unguento, mandame ala noce de Benevento, supra acqua et supra vento, et supra omne maltempo”. Anche in questo caso tra gli scritti del processo traspare la voce della corda, e stranamente, dalle accuse di magie e fatture si passa a quello che diventerà lo stereotipo della strega, ecco che “…molte volte andò a Stregato devastando bambini, il sangue degli stessi lattanti succhiando in molti e diversi luoghi…” come quando si recò al castello di Montefalco ove “…sugò e percosse suo figlio [il bambino della castellana Andreuccia n.d.A.] per il qual fatto il bambino si ammolò e si consunse…” e lo stesso fece ai neonati del castello di Canale e di Andria di Perugina.