venerdì 29 novembre 2019

I calendari Maya

I Maya avevano diversi calendari: il calendario cerimoniale di 260 giorni; il calendario solare di 365 giorni; il ciclo di 584 giorni del Pianeta Venere e il ciclo di 780 giorni di Marte e fra gli obiettivi di questi calendari è cercare l’armonia tra gli eventi del cielo e i rituali sacri . Inoltre è noto il calendario del Lungo Computo che copriva un periodo di 5125 anni che si ripete ciclicamente. L’attuale Era è la quinta, quindi calcolando a ritroso si ottiene come data d’inizio della civiltà Maya il 18.490 a.C.

martedì 26 novembre 2019

L'acqua Tofana

«L'uomo uccide con la forza
e la lama è la sua arma,
la donna uccide con astuzia
e il veleno è il suo espediente»
Il veleno è da sempre l'arma di difesa e offesa di moltissimi animali e piante, ma l'uomo ha saputo estrarlo ed usarlo per uccidere i propri simili per poter affermare e continuare il proprio albero genealogico.
In passato si usava dire che il veleno era l'arma preferita dalla donne perché procura una morte invisibile, atroce e molte volte senza lasciare tracce. In realtà il veleno è ed è stato largamente usato anche dagli uomini, che ne hanno fatto il mezzo più adatto per sviare i sospetti e simulare una morte naturale.
Anche in Italia abbiamo avuto alchimisti e erboristi che hanno estratto e sperimentato veleni mortali, ma uno dei più letali è sicuramente "l'acqua tofana", conosciuta anche come acqua perugina, acqua di Napoli o Manna di San Nicola.
Tra il XVII e il XIX secolo l'acqua tofana venne ampiamente utilizzata da Roma in giù, specialmente dalle donne che, insoddisfatte dei propri mariti (o smaniose di denaro), volevano diventare vedove il prima possibile.
La scoperta (o meglio la prima fabbricazione) viene attribuita a Giulia Tofana, una cortigiana originaria di Palermo che nel 1640 elaborò la ricetta della pozione mortale. Incolore, insapore e inodore, era un'arma micidiale con cui eliminare una persona senza destare alcun sospetto, anche perché l'effetto era ritardato di giorni e nessuno riusciva a ricondurre la morte ad altro che un attacco di cuore.
Giulia Tofana con la sua acqua divenne ricchissima e le richieste erano talmente numerose che dovette comprare una distilleria per poter far fronte a tutti. La donna assunse la nomea di "fattucchiera", ma nonostante questo ogni giorno alla sua porta si presentavano persone di ogni età e casta a comprare il suo veleno. Eri insoddisfatto del coniuge? Il tuo vicino ti rubava il raccolto? Un giovanotto faceva smanceria a tua figlia? Il tuo rivale politico ti metteva in ridicolo? Nessun problema: gli si offriva da bere e tutto finiva nel migliore dei modi, ovviamente non per chi beveva…
L’acqua tofana aveva la stessa consistenza dell'acqua e poteva essere tranquillamente diluita in ogni bevanda senza creare reazioni sospette. Secondo gli scritti del tempo per crearla bisognava seguire alla lettere la ricetta originale stilata da Giulia Tofana, che era più o meno questa:
Si metteva dell'acqua in una pentola e si aggiungeva arsenico macinato e limatura di piombo o di antimonio e si metteva il tutto a bollire premurandosi di coprire la pentola in modo che l'acqua non evaporasse. Quando l'acqua tornava limpida e incolore la pozione era pronta e poteva essere imbottigliata. E' probabile che la mistura contenesse anche belladonna, ma non venne mai dimostrato. In ogni caso ne risultava una soluzione di sali di arsenico e piombo ad altissimo tasso di tossicità che bastava versare nel vino o in una minestra.
In genere provocava vomito e dopo qualche giorno sopraggiungeva la febbre; la morte per avvelenamento avveniva qualche giorno dopo, a seconda della dose ingerita dalla vittima.
Per celare il reale scopo della sua acqua Giulia Tofana la vendeva come cosmetico o come acqua benedetta di san Nicola (più tardi addirittura la si imbottigliò in fialette recanti l'immagine del santo) e in pochi anni, solo a Roma, le morti sospette legate a quell'intruglio furono centinaia.
A svelare il veleno mortale fu una donna pentita di aver ucciso il suo consorte che si andò a confessare e fece anche i nomi dei fornitori e delle comari che lo avevano utilizzato.
Lo scandalo culminò nel famoso “processo dei veleni” del 1659 in cui vennero imputate 46 donne. Nessuna di loro ricevette la grazia e, per monito alla gente, alcune furono impiccate nel Campo de’ Fiori, altre furono murate vive nelle carceri dell’Inquisizione.
Una variante dell'acqua tofana era già in voga nel 1630 e veniva chiamato "liquore mortifero". Lo scopo era lo stesso (eliminare una persona scomoda), ma in realtà era acqua in cui venivano messi a mollo topi morti di peste o presi dalle fogne. Si diceva che poche gocce bastassero per essere contagiati dal terribile morbo.
La paura del contagio portò ad una vera e propria isteria di massa, e a Roma si diffuse l'idea che alcuni uomini scellerati usassero il liquore mortifero per versarlo in fontane, pozzi e in ogni luogo dove vi fosse dell'acqua. perfino le acquasantiere delle chiese. Quella credenza scatenò il sospetto in chiunque si immettesse in luoghi comuni come taverne o il mercato e a volte nascevano risse o discussioni per le cose più frivole. La leggenda vuole che nessuno entrando in chiesa osasse più bagnarsi la mano con l’acqua benedetta e un giorno, quando il sacrestano della chiesa di S. Lorenzo Damaso vide un poveretto intingere le dita per farsi il segno della croce, cominciò a gridare all'untore provocando nella basilica un fuggi fuggi generale

Streghe a Messina: la storia di Pellegrina Vitello

Messina è nel Cinquecento una città fiorente, tra le più ricche della Sicilia. Suo fiore all’occhiello sono la produzione e il commercio della seta, cui sovrintende dal 1520 il “Consolato dell’arte della seta”. Di questa importante attività oggi rimane traccia solo nel nome di una strada, Via dei Setaioli.
In questo quadro si sviluppa la storia di Pellegrina Vitello, napoletana residente a Messina, sposata a un setaiolo, presto abbandonata per un’altra donna e incolpata da alcune anziane donne di “magarìa”. Fatture, sortilegi, stato di trance mentre guarda una caraffa piena d’acqua, nella quale galleggiano strane cose nere che paiono demoni: queste sono le accuse che vengono rivolte alla giovane donna. Il processo si svolge intorno al 1550. La Corte è presieduta da Monsignor Bartholomeo Sebastiàn, Vescovo di Patti, che dal 1546 al 1555 ricopre la carica d’Inquisitore Generale di Sicilia. Dopo 14 giorni di prigionia, durante i quali viene sottoposta alla terribile tortura della corda, la “domina nocturna” confessa in parte le sue “magarìe”. L’iniziale condanna al rogo viene commutata. Pellegrina verrà costretta ad essere fustigata mentre si muove in processione lungo le strade di Messina, con un cero in mano e una mitria in testa.

sabato 23 novembre 2019

Il culto della bellezza presso gli egizi


Gli Egizi di tutte le classi sociali avevano estrema cura del proprio corpo come pratica di significato anche spirituale: “…Rendi il tuo corpo forte e felice e cura te stesso per rispetto al Signore dell’Universo” .
Le persone abbienti si lavavano al risveglio e prima e dopo i pasti principali; al posto del sapone, ancora sconosciuto, usavano una crema a base di cenere e di argilla, calcite, sale, miele e natron (= soda) amalgamati con acqua di palude, il cui contenuto di argilla garantiva un leggero effetto abrasivo; per un peeling piu’ radicale si aggiungeva polvere di alabastro.
Dato il clima assolato del paese era abitudine ungersi la pelle per nutrirla, per evitare le scottature e per difendersi dagli insetti; questa pratica era estesa a tutta la popolazione tanto che sotto Ramesse III gli operai addetti alla necropoli di Tebe scioperarono perché non venivano consegnate le derrate alimentari, la birra e le scorte di oli solari.
A tal fine erano molto usati grassi animali (toro, oca, coccodrillo, leone, ippopotamo, serpente), oppure olio di balano, dattero, mandorle, sesamo, ricino, jojoba e, dopo la metà del II millennio a.C anche l’olio di oliva, che venivano profumati con essenze o resine balsamiche (incenso, cipresso, mirra, cinnamomo, ginepro, coriandolo o galbano); la mirra veniva usata anche come “burrocacao”.
La tonificazione avveniva con l’uso di acque aromatiche ottenute per macerazione di fiori di rosa, giglio, loto, ninfee, gelsomino o in alternativa con latte o miele; le nobili si facevano massaggiare con unguento di rosa o a base di olio di mandorle, miele, vino aromatico, resine e cannella, oppure con olio di cedro importato dal Libano, mentre le donne comuni usavano olii meno pregiati come quello di ricino, arricchito con profumi più ordinari come menta, timo, origano.
Si usavano talchi profumati all’iris, sandalo, lavanda o citronella e si profumavano i vestiti con mirra impastata con cannella.
Per l’igiene orale si usava il natron che veniva strofinato sui denti con un ramoscello sfilacciato; per mantenere l’alito fresco si effettuavano sciacqui con un colluttorio disinfettante a base di mirra o si masticavano preparati dall’aroma molto intenso come ad esempio ramoscelli di mirto.
Plinio, autore romano vissuto nel I’ secolo d. C. riferisce che “L’Egitto era il più grande produttore di unguenti e pomate, le sostanze più raffinate venivano dal Delta del Nilo ed erano custodite in vasetti molto belli, realizzati in alabastro, ceramica o vetro, decorati con pezzi di pietre colorate che formavano dei disegni geometrici”.
Qui sotto trovate una raccolta di questi contenitori, che erano riposti anche nelle tombe, perche’ il defunto avesse i prodotti per la bellezza e la cura del corpo anche nell’Aldilà.

Nefertiti l'atlantidea

Edgar Cayce è considerato da molti studiosi come uno dei più grandi psichici del ventesimo secolo. Recentemente, è apparso in diversi programmi TV annunciando al mondo che le sue profezie starebbero per avverarsi così come da lui preannunciato . Sorprendentemente, tutte le sue precognizioni le ha ottenute durante uno dei suoi stati di dormiveglia. Il profeta dormiente ha previsto anche che le prove in grado di confutare una volta per tutte l'esistenza del mitico continente perduto di Atlantide e la tecnologia utilizzata dagli antichi terrestri devono essere cercate proprio sotto le monumentali strutture piramidali edificate nella piana di Giza. Ciò che è stato individuato all'interno di una di queste enormi strutture potrebbe rappresentare una scoperta rivoluzionaria e quindi gettare nuova luce sul lignaggio reale della famiglia regnante di Amarna.
La nuova scoperta archeologica sembra dimostrare una certa connessione tra il faraone Akhenaton, la regina Nefertiti e il mitico continente scomparso di Atlantide, un nuovo passo in avanti nel campo dell'archeologia grazie alla scoperta di alcuni antichi manufatti risalenti a 10.000 anni aC!
Carmen Boulter spiega che le sue nuove scoperte ottenute all'interno di un remoto sito in Turchia contenente un gran numero di manufatti egizi, potrebbero rivelare un antico legame tra i popoli mediorientali e il mitico continente di Atlantide. L'evidenza dimostrata dalla scoperta di quella che doveva essere una principessa di Atlantide custodita tra i resti di un'antica tomba apre una serie di interrogativi affinché giungere ad una corretta datazione dei vari manufatti appartenenti all'Antico Egitto così come quella della civiltà scomparsa di Atlantide. Come spiega Dr.Boulter, la scoperta di alcuni manufatti potrebbe cambiare per sempre ciò che sapevamo dell'umanità antica e l'improvvisa comparsa di avanzate civiltà!
La teoria dell'esistenza del continente scomparso di Atlantide, è stata spesso disprezzata dagli accademici che hanno preferito considerarla come un mito senza fondamento. Ciò verrebbe smentito dagli antichi resoconti redatti dal filosofo greco Platone secondo il quale, da qualche parte nell'Atlantico, si celerebbero i resti di un'antica civiltà collassata per via di uno stile di vita perverso e in contrapposizione dei valori spirituali trasmessi dai loro antichissimi rappresentanti. La sorprendente scoperta in Turchia di un'antica tomba nascosta all'interno di una montagna non ha fatto altro che innescare una serie di accesi dibattiti e polemiche soprattutto tra gli esperti di antiche reliquie.
Boulter è considerato da molti per essere un affermato ed esperto egittologo grazie anche alle sue scoperte riportate nel suo libro 'Il Codice della Piramide' il cui contenuto potrebbe cambiare definitivamente il nostro modo di guardare il livello di sviluppo tecnologico e spirituale dei popoli antichi.
Il suo profondo coinvolgimento in questa sorprendente scoperta non solo ha dato grande credibilità alla teoria atlantidea, ma ha anche permesso agli esperti di condurre rigorosi test scientifici su alcuni antichi reperti rinvenuti all'interno delle tombe egizie. I primi sorprendenti risultati hanno dimostrato che tali oggetti sembrano risalire al 10.000 aC ancor prima della comparsa dei classici manufatti dinastici dell'antico Egitto Tali antichissimi reperti sembrano precedere di molto la civiltà egizia,almeno di 8.000 anni!
Questo lignaggio reale includeva Akhenaton, Amenhotep, Nefertiti, Hatshepsut e Tutankhamon. La scoperta di una presunta principessa Atlantidea potrebbe far sollevare importanti interrogativi sulla vera storia dell'umanità.
Probabilmente la stirpe dinastica di Amarna potrebbe essere un patrimonio di sangue trasferito agli adepti dell'antico Egitto da alcuni reali Atlantidei dai quali avrebbero ottenuto elevate conoscenze spirituali e delle capacità psichiche del tutto straordinarie.

L'albero del vampiro



Tra le nazioni che mi piacerebbe visitare c'è sicuramente il Messico, ricco di storia, misteri, folclore e credenze. Se dovessi mai andarci sicuramente mi fermerei a Guadalajara, uno dei centri nevralgici della cultura messicana. Proprio a Guadalajara, tra le tante leggende metropolitane, ce n'è una che ha fatto il giro del mondo e che ancora oggi attira moltissima gente al ...cimitero di una cittadina vicina chiamata Belén: l'albero del vampiro.
La lapide è poco leggibile al giorno d'oggi, ma testimonia la morte di un certo Don Jorge che venne ucciso nel 1880 dalla folla inferocita. La storia che si tramanda sin da allora parla di quest'uomo, di origine europea, per gestire una colonia nei pressi di Guadalajara; era un ricco proprietario terriero piuttosto eccentrico e dalle abitudini talmente strane da incutere paura nella gente.
Si dice che fosse solito uscire di casa solo dopo il tramonto e che vestisse sempre e solo di nero. Alcuni dei coloni che lo servirono parlavano di un uomo barbuto, pallido, molto magro e dalle unghie straordinariamente lunghe. Fin qui non c'era nulla di male, o quasi.
I sospetti su di lui nacquero poche settimane dopo il suo arrivo a Belén, quando i contadini iniziarono a rinvenire sempre più animali morti nelle loro fattorie e al limitare delle boscaglie: le carcasse presentavano tutte segni di artigli, zanne e soprattutto la mancanza quasi totale di sangue, presente invece in rivoli nei pressi della bocca e della giugulare.
I sospetti divennero poi terrore quando iniziarono le vittime umane: oggi si sa che al tempo in tutto il continente scoppiavano epidemie di difterite, sifilide, tubercolosi e malattie simili, oltre ad essere inarrestabili, portavano spesso alla morte le persone con fuoriuscite di sangue dagli orifizi e specialmente dalla bocca: ciò, unito alla credenza ancora viva di streghe e vampiri, faceva il resto.
Don Jorge venne additato come il responsabile delle morti della cittadina e se all'inizio erano semplici voci, ben presto si scatenò una vera a propria psicosi di massa. Probabilmente ciò che effettivamente avvenne fu un'epidemia di tubercolosi, ma le cose nella cittadina vennero ingigantite dai contadini e da chi probabilmente odiava l'uomo e iniziarono a circolare voci terribili su di lui.
Si diceva che ai confini della proprietà di Don Jorge ogni giorno veniva ritrovato un corpo umano senza una goccia di sangue; alcuni affermarono addirittura di aver visto l'uomo mordere il collo di uno dei contadini e di averlo visto bere da un calice colmo di sangue umano.
L'enorme paura scatenata nei cuori di quegli umili contadini degenerò velocemente: nessuno usciva di casa dopo il tramonto, molti si riunivano in gruppi di preghiera e perfino il parroco del paese durante l'omelia disse che era necessario fermare il vampiro una volta per tutte. I più coraggiosi formarono un gruppo armato di bastoni, machete e torce e si presentarono davanti alla magione di Don Jorge. L'uomo tentò la fuga nei campi e cercò rifugio nei pressi del cimitero del paese, ma venne raggiunto e circondato dalla folla che, guidati dal sacerdote, lo legarono e lo sottoposero ad un esorcismo.
Terminato il rito il parroco disse che l'unico modo di liberare il paese dalla sua influenza nefasta era piantargli un paletto nel cuore e ardere il suo corpo e così fu fatto. Mentre uno degli abitanti tagliava il ramo di un albero poco distante e ne faceva la punta, Don Jorge, forse aizzato dalla gente, forse per spaventarla e sperare che scappassero (o forse è solamente una diceria), imprecò contro i suoi aguzzini e giurò vendetta contro chiunque di loro gli avesse fatto del male.
I cittadini gli sfondarono il petto con il ramo e poi diedero fuoco al suo corpo sul posto. I suoi resti vennero sepolti all'interno del cimitero, recintati da un cancello metallico e da allora riposano sotto una lapide ormai distrutta dal tempo. La leggenda vuole che lo stesso paletto che lo uccise attecchì e divenne l'albero che oggi torreggia sopra la lapide dell'uomo; si pensa che quell'albero impedisca al vampiro di tornare in vita a che quando morirà o verrà tagliato il malvagio Don Jorge possa tornare a vendicarsi dei discendenti di coloro che lo catturarono.