domenica 6 gennaio 2019

Gennaio è il “mese di Giano”: il dio che guarda contemporaneamente al passato e al futuro





Per gli antichi romani il mese di gennaio era il simbolo di un nuovo inizio, significativamente incarnato nel dio Giano: divinità con una doppia faccia, capace di guardare contemporaneamente al passato e al futuro, padre del creato e custode della città in tempo di guerra. È da lui, e dal suo affascinante mito, che nasce il nome che utilizziamo ancora oggi per il primo mese dell’anno.

Periodo di passaggio e mutamento, speranza per il futuro profondamente radicata nel passato: il mese di gennaio è sempre stato, da un certo punto della storia in poi, carico di significati simbolici e sentimenti ancestrali che accompagnavano l’avvicendarsi delle stagioni e degli anni. Per gli antichi romani tale spiritualità si impersonava in Giano, il dio al quale è appunto dedicato il primo mese dell’anno: una divinità misteriosa, temuta per il suo legame particolare con la guerra ma anche venerata per la sua capacità di conciliare passato e futuro, prima e dopo, inizio e fine di ogni cosa.

Gennaio, il mese dedicato al dio Giano
Fu con Numa Pompilio che il tradizionale calendario romano, inizialmente composto da soli 304 giorni, si ampliò dando spazio anche ai giorni di febbraio e gennaio: e fu proprio in questo mese, alcuni decenni dopo, che gli antichi stabilirono l’inizio del nuovo anno. Una scelta non casuale, carica di significati sacri e religiosi anche se attuata per motivi militari: nel nome di Giano, l’antico dio che guarda sempre contemporaneamente sia al passato che al futuro, custode della sottile linea fra il prima e il dopo, e sigillo garante della continuità fra inizio e fine, gli antichi abitanti di Roma iniziavano il loro anno.

Anche nel calendario gregoriano Ianuarius, il mese di Giano, è rimasto a guardia della fine di un anno e dell’inizio di un altro, riconosciuto anche in epoca cristiana come incarnazione perfetta del ciclo dei tempi, della storia e della natura. Perfino Sant'Agostino ne parla ne La città di Dio come del custode dei “passaggi”, terreni e ultraterreni, materiali e immateriali: una figura ricorrente sia in epoca medievale, ancora fortemente intrisa di paganesimo, sia successivamente nella storia dell’arte, quale personificazione del rapporto dell’uomo con il suo destino mutevole.

Giano: nel suo sguardo, passato e futuro

Quello di Giano è un mito molto complesso ed uno dei più antichi del pantheon romano, nato in un’epoca in cui l’uomo guardava ancora alla terra e alla sua forza generatrice piuttosto che al cielo per trovare i propri dei. Una divinità “del mattino”, nietzschianamente parlando, padre ingenerato del creato e degli dei, Giano era anticamente considerato anche il primo re latino oltre che il protettore delle soglie delle case e dei passaggi e, in senso lato, simbolo di nuovi inizi e nuovi cicli storici e naturali.

Nelle poche raffigurazioni giunte fino a noi di cui la Roma antica doveva essere piena, Giano viene sempre raffigurato con due facce o, più raramente, quattro: la sua natura “bifronte”, capace di guardare contemporaneamente in ogni direzione, è espressione del modo stesso in cui gli antichi pensavano all'origine di tutto ciò che esiste. Gli antichi Auspicia riconducevano alla curiosa fisionomia del dio la sua capacità di unire fuoco e aria, acqua e terra, e ogni opposto, nella creazione del mondo.

Ma la natura immateriale di Giano aveva anche un corrispettivo materiale nella sua funzione di guardiano delle porte e dei passaggi. La sua figura spiccava su moltissimi archi della città, e in suo onore venivano costruiti numerosi templi che, però, era meglio restassero saldamente chiusi. L’apertura delle porte del tempio di Giano al Foro romano, infatti, poteva voler dire una sola cosa: guerra.

Questa curiosa pratica religiosa veniva praticata fin dai tempi dei primi di re di Roma, ai quali peraltro risalirebbe la costruzione del tempio del Foro, all'epoca della guerra contro i Sabini: mentre i soldati erano impegnati a respingere i nemici giunti alle porte della città, dal tempio del dio irruppe improvvisamente un torrente d’acqua violentissimo, che spazzò via la minaccia risucchiando l’esercito sabino. Da allora, ogni volta che una nuova guerra tornava a minacciare la città, le porte del tempio dovevano restare spalancate per permettere alla divinità di intervenire, in caso di bisognodi per poi richiudersi in tempo di pace.

di Federica D'Alfonso

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